Reflections on memory and trauma in Hama and Qana (by Estella Carpi – September 2012)

La mia giornata a Qana a Settembre 2012 mi ha portato a ripensare alle emozioni che avevo vissuto cinque anni prima nella mia visita a Hama, dove avvenne il massacro del 1982 ad opera di Hafez al Asad.

http://www.sirialibano.com/siria-2/memorie-di-hama-e-qana-e-se-la-sofferenza-non-parla-la-lingua-del-potere.html

Memorie di Hama e Qana. E se la sofferenza non parla la lingua del potere?

  30 SETTEMBRE 2012

(di Estella Carpi*).

Hama, 3 Novembre 2007.

Era da tempo che volevo visitare Hama, curiosa delle famose “nurie” e di vedere il luogo del massacro eseguito nel febbraio 1982 sotto gli ordini di Hafez al Assad contro i dissidenti, allora capeggiati dai Fratelli musulmani. Il risultato fu una repressione spietata che contò tra le 20.000 e le 40.000 vittime, a seconda delle fonti. La totale eliminazione delle tracce di distruzione si fece sinonimo della repressione interna del dissenso.

Poco prima del marzo 2011 il massacro di Hama è stato portato ad esempio da vari studiosi come attuale causa storica dell’“omertà siriana” e dell’impossibilità che essa, prodotto del terrore, sfociasse in rivoluzione.

Chissà come ricordano il massacro le persone locali? – mi domandavo allora. In un certo qual senso vittima del clima che il regime ha creato, il mio “coraggio” di chiedere abortì prematuramente, per il fatto che lo avrei vissuto come “sprovvedutezza” e “incoscienza”. Il mio tempo in Siria era relativamente breve per capire come rompere lo schopenhaueriano “velo di Maya” e iniziare a leggere attraverso.

La mancata interazione in contesto siriano tra consenso egemonico squisitamente statale e dissenso individuale – con le sue molteplici inclinature psico-sociali – ha portato studiosi come Olaf Zenker a coniare l’espressione “meta-trauma”: ovvero il trauma derivato dal fallimento di integrazione socio-culturale delle esperienze traumatiche del soggetto all’interno di un clima politicamente ostile.

***

Qana, 4 Settembre 2012.

Sul servis che da Tiro mi porta a Qana, incontro Rihab. Il 18 aprile del 1996, tre giorni dopo le sue nozze, l’esercito israeliano, in perenne scontro con Hezbollah, bombardò la cittadina. L’attacco israeliano avvenuto invece nella guerra del 2006 viene quindi comunemente chiamato “secondo massacro” di Qana. Quando chiedo del luogo del massacro, tutti sul servis hanno una perfetta cognizione dei tempi e dello spazio in cui è accaduto. Arrivata al piazzale, una bambina sui dieci anni, intravedendomi dal balcone di fronte, scende stringendo in mano le chiavi della sala della commemorazione e mi apre il portone. Nell’edificio si trovano le lapidi dei martiri del massacro.

Il monumento al centro del piazzale è stato costruito “grazie ai fondi di Hafez al Assad, poco prima che morisse” (2000), mi dice ‘Abbas, proponendosi come guida. Mi conduce nella parte posteriore dell’area, per mostrarmi il compound dell’Unifil preso a bersaglio da Israele nell’aprile del ’96. ‘Abbas passa in rassegna un album di fotografie di quel tempo, e mi propone un CD che raccoglie i migliori servizi di Al Manar sui massacri di Qana per dieci mila lire libanesi.

Io e due soldati Unifil – già in confidenza con gli abitanti del luogo – sorseggiamo un caffè offertoci sotto un ombrellone che ci ripara dal calore che ancora divampa, di fronte al “monumento di Hafez al Assad”, come lo chiama ‘Abbas. I racconti dettagliati dei massacri con cui tre bambine del posto ci intrattengono, mi sorprende.

La cosiddetta memorializzazione degli spazi pubblici assume un’importanza capitale per gli abitanti delle zone dell’occupazione israeliana (1978-2000). La trasformazione degli spazi in memoria pubblica, a esclusiva opera di Hezbollah e Harakat Amal, permette il ripristino della dignità morale nel Libano occupato e a suo tempo umiliato.

È duro percepire il trauma e verbalizzare la sofferenza di realtà culturali che, al di là di ogni elevata empatizzazione, non ci appartengono. Il trauma non è un qualcosa che viene dal di fuori: coinvolge un senso più complesso del posto vissuto. Psicoanaliticamente, è la riattivazione di un episodio o, semplicemente, ne è l’assorbimento e l’internalizzazione. Così succede anche in contesti dove l’episodio traumatico, come nel caso di Hama, pare invece caduto nell’oblio o mai vissuto.

Il senso che do alla mia esperienza a Hama è che i traumi sociali scomodi ai governanti – e la cui metabolizzazione è dunque delegata al singolo individuo – nel linguaggio egemonico dello stato oppressore emergono pertanto come mera devianza dalla definizione politicamente accettabile di trauma. Finché è lo Stato a definire cosa sia il trauma sociale, resta esso stesso l’ente che ne concede o meno gli strumenti terapeutici.

Parallelamente, se “socializzare un trauma” significa trasformarlo in una questione politica e arricchirla della retorica dei diritti umani, nella realtà occupata del sud del Libano (1978-2000) ciò avviene sia in modo spontaneo che in modo sottilmente imposto nelle vesti di etica sociale, plasmata dalle egemonie locali.

Intravedo nei figli di Jabal ‘Amel (ovvero il sud prima occupato) la riabilitata possibilità umana di agire, ricordare e tramandare, attraverso una ridefinita identità sociale catalizzata dalle strutture attualmente governanti, e diventata gradualmente discorso ufficiale. Il prezzo di ciò è l’incondizionata adesione ideologica all’aspettativa etica del regnante nel microcosmo della quotidianità. L’alternativa per chi è “stufo di ricordare”, o meglio, stufo di aderire a una data selezione della memoria storica, è l’ostracismo sociale.

A Qana, in mezzo a cotanta memoria fattasi spazio, il mio pensiero retrocede di qualche anno e ritrova se stesso al tempo di quando camminavo a Hama: e i siriani? I siriani dove trovano le  “legittimazioni” tangibili della loro sofferenza?  E, per l’appunto, perchè per soffrire o per veder sofferenza – la cui radice sociale sembra quasi nascere solamente dall’Olocausto ebraico – abbiamo alternatamente preteso e ostentato “legittimazioni”?

Nel narcisismo della nostra  solidarietà commossa, i nostri  appelli accorati, i nostri  pellegrinaggi lirici a luoghi finalmente eretti a  memoria ufficiale, abbiamo nutrito una logica perversa secondo la quale colui che soffre debba porci delle “prove” per poter essere ideologicamente supportato, umanamente compatito, o semplicemente ricordato.

Quando la memoria collettiva diventa un lusso, l’oppresso che rifiuta l’oblio imposto e, solo contro tutti, affronta la sua personale condanna all’ostracismo psico-sociale, fa del ricordo la sua rivoluzione individuale.

Ed ecco che la memoria, quella senza lettera maiuscola, quella che non ha modo di sfogarsi in commemorazione e di rimaterializzarsi in spazio al fine di essere riconosciuta e trasmessa, porta a domandarmi, bando a ogni perbenismo, fino a che punto la sofferenza umana sia davvero omologabile in ogni dove e in ogni quando.

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