“Phoenicianness” of Hadat (by Estella Carpi – December 2012)

La mia intervista al sindaco di Hadat – l’unico distretto a maggioranza cristiana attualmente nei sobborghi meridionali di Beirut governati da Hezbollah – mi fece pensare alle dinamiche linguistiche di esclusione e inclusione sociali che un municipio puo’ legittimamente promuovere, ancora capaci di determinare fenomeni di marginalizzazione confessionale o in un certo qual modo identitaria.

http://www.sirialibano.com/lebanon/la-fenicita-rinnovata-di-hadat-quando-le-rose-pungono-piu-delle-spine.html

La “fenicità” rinnovata: quando le rose pungono più delle spine

13 DICEMBRE 2012

(di Estella Carpi*). Lo scrittore tedesco Heinrich Böll evidenziava quanto le parole lasciate in mano a opportunisti e demagoghi senza coscienza possano essere causa di morte di milioni di uomini. Attraverso un quadro informativo, vorrei gettare luce sul modo in cui alcune istituzioni producano tutt’oggi meccanismi tesi a immortalare vecchie e pericolosissime patologie sociali, strumentalizzando il potere che la lingua possiede e privandola, allo stesso tempo, della sua grandiosa capacità di connettere e coordinare.

Un anno dopo la guerra dei 33 giorni con Israele, la municipalità di Hadat – confinante con il quartiere di Haret Hreik, descritto dai media come la “roccaforte di Hezbollah” – ha iniziato una campagna identitaria per differenziarsi dalle zone colpite dall’aviazione israeliana nell’estate 2006.

È ben attento il sindaco, Georges Idwar ‘Aun, a specificare la cristianità ancora attuale di questa parte delle periferie sud di Beirut, rase al suolo durante l’ultima guerra. Diversamente da prima, la gran parte di queste zone – raramente note al turista di passaggio in Libano e deliberatamente evitate dal libanese ta’ifi (“confessionalista”) nel senso stereotipato del termine – è ormai a maggioranza demografica sciita, per via delle graduali migrazioni dal sud del Libano, soprattutto dopo l’invasione israeliana del 1978 e il progressivo impoverimento dell’area soggetta a oppressione militare, economica e psico-sociale per ventidue anni.

Malgrado tale cambiamento nell’equilibrio demografico-confessionale della zona, la maggioranza dei sindaci delle municipalità a sud di Beirut resta cristiana, dal momento che i libanesi non si recano alle urne nel luogo in cui son nati o risiedono, ma nelle regioni in cui è registrata la loro famiglia.

In tal modo, a livello amministrativo-politico, si tenta forzatamente di mantenere vivo il legame tra le famiglie e il territorio originario, usando una logica vicina alla nota ‘asabiyya araba – i legami clanici che parzialmente caratterizzano questi territori anche in tempi attuali. Anche oggi, nelle municipalità a sud di Beirut – con l’eccezione di al Ghobeiry – il sindaco è cristiano con potere de iure, ma è generalmente il vice-sindaco, sciita e rappresentante del partito di Hezbollah, a prendere gran parte delle decisioni pragmatico-politiche.

L’area di Hadat ospita ancora oggi sulle sue strade stendardi della campagna linguistica – e irrimediabilmente politica – intrapresa nel maggio 2007, oltre a esibire poster municipali che mettono in risalto le parole del sindaco: “Hadat non venderà le nostre case e la nostra terra”. Tale slogan mira così a differenziare la zona dai numerosi casi storici di sfratti e vendite in nome di avidi investimenti di cui è permeato il Libano contemporaneo, e si riferisce nello specifico all’acquisto delle case in questa zona a partire dagli anni ‘60 e ‘70 da parte di libanesi sciiti, emigrati dal sud da un lato e dall’altro sfrattati insieme ai palestinesi da Ashrafiyye e ‘Ayn al Mreisse nel 1976 – agli albori della guerra civile (1975-1990) – e dal Downtown Beirut dopo la fine della guerra, a causa della mercificazione edile adottata dalla società haririana Solidère.

La campagna linguistica intrapresa dal comune di Hadat tende essenzialmente a rivendicare l’origine fenicia di tale nome, al fine di “conservare il patrimonio culturale e storico ereditato dai padri”. Tale denominazione deriverebbe da hadad in aramaico, parlato dai fenici nel IV secolo a.C., e significherebbe al wahid (“uno, il solo”), uno tra i vari nomi del dio fenicio Baal; non deriverebbe invece, come si pensava da anni, dal siriacohatta che significa al jadid (“il nuovo”). In ogni caso, conclude l’annuncio distribuito tuttora dal municipio sotto forma di volantino, anche il siriaco stesso deriva dall’aramaico, e pertanto l’origine linguistica fenicia del quartiere resta indubbiamente “Hadat” e non “Hadath”. L’origine fenicia della zona viene pertanto municipalmente sancita e certificata da tale analisi linguistica avanzata dallo storico letterario Yussef Ibrahim Yazbek.

In virtù di tale campagna, Hadat pare volersi ergere come “rosa tra le spine”, per utilizzare le parole di Papa Leone X, secondo cui i cristiani del Medio Oriente erano cronicamente minacciati dalla “presenza musulmana”. Tale retorica criminale sembra avere ancora, seppur in modo alquanto grottesco, una ragione d’essere.

Basandomi su numerosissime conversazioni che ho avuto con gli abitanti delle periferie a sud di Beirut a partire da settembre 2011, l’esclusione sociale di alcune categorie delle altre municipalità – prodotta dalle politiche di Hezbollah originariamente partecipative – si differenzia nel suo essere prettamente politico-clientelare, piuttosto che confessionale o di rivendicazione etnico-territoriale, come avviene invece nel caso di Hadat.

Nell’attuale caos verbale fatto di “salafiti”, “sionisti”, “qaedisti” o “imperialisti”, e di altri morfemi libanesi del parlato quotidiano spesso scorrettamente stigmatizzati, se già ci tocca implorare la liberazione da alcune connotazioni e il rinverdimento etimologico di alcuni termini, ci ritroviamo anche a dover assistere a sottili dinamiche comunali di esclusione sociale e “pulizia” confessionale nelle rappresentazioni identitarie di alcune realtà beirutine.

La mia accorata solidarietà va a tutti i cittadini di Hadat che non si sentano rappresentati in tale campagna identitaria, non solo agli sciiti residenti nella municipalità. Gli eventuali dissidenti non hanno nulla da temere tuttavia all’interno di tale palingenetico sciovinismo: d’altronde, come dice James Clifford, “i frutti puri impazziscono”.

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* Estella Carpi è dottoranda presso l’Università di Sydney e vive attualmente in Libano per la sua ricerca sul campo.

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