Lebanese post-memory in western Sydney (by Estella Carpi – July 2012)

Qui e’ stato il concetto di Marianne Hirsch di “post-memoria” a ispirarmi la ricerca di cosa e come venga vissuto il ricordo lieto e nostalgico del Libano, o ricordo inteso come trauma post-guerra nella comunita’ libanese della periferia di Sydney.

http://www.sirialibano.com/lebanon/il-libano-oltreoceano-la-post-memoria.html

20 LUGLIO 2012

(di Estella Carpi*). “Ho qui figli e famiglia oramai da moltissimi anni, ma tornerei in Libano”, mi dice Elias, uno dei migliori fornai dimanaqish a Sydney. “Adesso non c’è più la guerra, davvero, si starebbe benissimo. Ogni anno ritorno e vado su a Faraya. Magari potessi starmene lì, all’ombra dei miei alberi”.

“Son i Palestinesi che hanno rovinato il Libano. È per questo che son venuto qui a rifarmi una vita. Ci hanno sottratto le risorse e le forze, ci hanno logorato con la loro avidità”, mi dice un anziano bottegaio.

O., 27 anni, di Tripoli, davanti a unashisha all’uva racconta: “Son qui dal 2007. Sono partito dopo gli scontri di Nahr al Bared, dove Fath al Islam tagliò la gola a mio cugino che allora combatteva nell’esercito. Così lo hanno sgozzato – imita il gesto passando la mano sinistra sulla gola – senza esitazione. Eppure non mi sono mai stancato di stare lì a sentire le solite baggianate. Perché non me ne è mai importato: è solo e sempre la politica che rovina il Libano. Ma basta tapparsi le orecchie, e non ascoltare. Il Libano può essere vissuto solo senza politica… Qui metto via i soldi, e poi ritorno. Lo so che ritorno. Perché come il Libano non v’è nulla al mondo, grazie a quello che Hariri ha fatto per noi. Sono lontano, ma Hariri e la mia gratitudine per lui scorrono nelle mie vene, ovunque io vada”.

W. nella biblioteca di Canterbury, nella periferia occidentale di Sydney, mi parla di come la distanza dal Paese le abbia in realtà permesso, ogniqualvolta torni, di scoprire nuovi spazi che non aveva mai esplorato prima all’interno del Libano stesso: “Con la migrazione mi si è aperto un nuovo Libano al cospetto, devo dire. Mentre vivevo lì non avrei mai sfiorato l’idea di metter il naso al di fuori della mia day’a (villaggio)”.

A., 34 anni, di Tiro, mi parla della spossatezza psicologica di essere costantemente ignorati dallo Stato, della gelosia che nutriva verso chi invece ai servizi poteva accedere: verso chi la salute se la poteva permettere, verso chi l’istruzione per costruirsi i mezzi per edificarsi un futuro privo di armi, illusioni, resistenze e martiri poteva ottenerla.

Il peso delle istituzioni, o meglio il peso della loro perfida assenza, riempie ancora le memorie delle vecchie generazioni. Il coraggio che era quello di partire e di condannarsi, in un certo senso, a essere cittadini di secondo grado in qualità di neo-immigrati, diventa ora quello di tornare, di rivivere, di reimmedesimarsi.

Ringrazio Marianne Hirsch che, parlando dei figli dei sopravvissuti all’Olocausto, ha coniato il termine “post-memoria”. Il termine offre a tutti noi il modo di esplorare la diversificazione generazionale dei fenomeni di appartenenza e degli effetti delle sofferenze ereditate.

Il Libano oltreoceano della post-memoria che mi è raccontato dai più giovani libanesi nati e cresciuti in Australia, davvero mi lascia un’immagine fatta di cedri e ‘ud, di fumanti makanek, squisiti fattoush e melodie di Feyrouz. La post-memoria di chi ha udito i racconti dei genitori, quando ha avuto la fortuna di udirli, di chi non è mai stato testimone degli atroci eventi dei vari massacri, si alleggerisce oltreoceano e, stando a quanto raccontano, alleggerisce anche in qualche modo l’attaccamento al territorio.

Lungi da qualsiasi meccanicismo inutilmente volto a dimostrare una tensione tra integrati e disadattati, continuità e rottura, nostalgia e oblio, la memoria delle più giovani generazioni libanesi emigrate in Australia, se da un lato non può esser letterale, ovvero costituita da eventi storici personalmente vissuti, dall’altro lato resta pur sempre semiotica: il segno per antonomasia che tende a disegnare una loro identità supposta. Un’identità non lungamente sfidata e apostrofata dalla beffa delle istituzioni libanesi, a differenza di quella dei loro genitori.

La temporalità della migrazione, le risorse economiche, il precedente status sociale, giocano ancora un ampio ruolo nel creare l’immaginario ideologico e lo stile di vita di questi migranti. Sembra che tutto questo invece abbia ben poco a che fare con la loro appartenenza confessionale.

La reticenza a raccontare la guerra civile e la totale disaffezione verso l’olistica politicizzazione della realtà libanese, sono rintracciabili più nei suoi migranti che in coloro che restano. Al di là di tutto, la sorpresa e l’imbarazzata gelosia che i migranti – nonché io stessa – provano verso chi in Libano resta, è facile da percepire.

Eppure quello che accomuna le due sponde del confine è il senso di vergogna dei propri ricordi e dei propri vuoti di memoria libanesi allo stesso tempo, considerando che chi resta, come brillantemente osservava Hoda Barakat nel suo Lettere da una straniera, simula “dei buchi di memoria ancora più grandi e più profondi”.

(parte 1)

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* Estella Carpi è studentessa di dottorato presso l’Università di Sydney e passa lunghi periodi in Libano per la sua ricerca.

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