Identity processes and linguistic stereotipisation in EU (by Estella Carpi – December 2009)

http://ec.europa.eu/italia/newsletters/milano/our_publications/n.140-16-12_it.htm

L’Europa vista dai giovani

Prospettive etiche ed emiche: dogmi e miraggi. Uno sguardo alla lingua.

E’ il 10 novembre 2009, passeggiando a Fes, in Marocco, con un’amica, accettiamo di seguire una giovanissima guida autoproclamatasi vero conoscitore della città con un fare disponibile ed affabile a cui sarebbe troppo difficile dire di no.

Ci soffermiamo davanti ad una moschea nella speranza di poterla visitare, ed ecco che ci dice che solo io, che fino a quel momento avevo conversato con lui in lingua araba, potrò farvi ingresso.

Una risposta semplice e spontanea che racchiude un’infinità di significati, che manifesta il potere straordinario della lingua di deciderci gli spazi che ci è dato occupare, e ci schiaffa addosso l’etichetta che davanti allo sguardo altrui siamo tenuti ad indossare necessariamente. Considerata musulmana, quindi, perché parlante la lingua araba.

Dopo quanto accaduto, perseguitata dalle mie manie antropologico-linguistiche, riflettevo sul potere immane della lingua e di come questa riesca davvero a delineare gli spazi tra la Dar al Islam e la Dar al Harb (secondo la classica distinzione operata dalla giurisprudenza islamica: la Casa dell’Islam, ovvero di chi è da sempre musulmano o si è convertito successivamente, e, con alcune limitazioni, di chi professa le altre due fedi monoteistiche; e la Casa della Guerra, cioè dell’Alterità, dell’appartenente a una fede diversa e del parlante una lingua ignota).

Che nella maggior parte dei Paesi musulmani, come spesso è stato detto, sia l’Islam che continui a costituire il criterio di lealtà e identità dei popoli arabi, non sono mai stata grandemente d’accordo, perché sarebbe davvero ignorare le altre innumerevoli facce confessionali della compagine mediorientale. Io assegnerei, piuttosto, il ruolo che viene riconosciuto proprio dell’Islam alla Lingua, naturalmente concepita nelle sue innumerevoli varianti dialettali.

Nonostante io pensi che non vi sia mai un elemento omogeneo che funga da matrice culturale coesiva, alla luce delle mie esperienze ritengo vero che attraverso l’Islam, come tramite qualsiasi altra fede in generale, passi spesso la distinzione tra sé e l’altro, tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra “fratello” e “straniero”. E’ in questa dicotomia tra chi abbraccia una data fede e chi la rifiuta – e si “autocondanna” quindi ad impersonare il diverso – che si riscontra una ricorrente tendenza a delineare l’identità propria e più “autentica”. E mi chiedo quale sia il nostro di sostrato accomunante – e perché mai ci “debba” essere – che permette oggi al cittadino immigrato di subentrare all’italianità o all’europeità, e quando questi tratti accomunanti invece non siano sufficienti. La religione, la lingua, o l’etnia forse?? Mi parrebbero tutte asserzioni prive di senso… dal momento che, dal canto nostro, il cattolicesimo di alcuni sudamericani non è mai stato abbastanza fino ad ora affinchè riuscissimo a chiamarli toutcourt italiani, e non lo è mai stata neanche l’ottima produzione linguistica in lingua italiana di migliaia di “stranieri” d’origine; quanto all’etnia… mi domando davvero come si possa ancora pensare che tra un francese, un italiano ed uno slovacco vi sia una benedetta differenza biologica. E in particolar modo mi chiedo come quest’ultima, tra l’altro inesistente, possa essere utilizzata come criterio gerarchico ed etico in seno alle cose umane.

Parlare di “razza” come di qualcosa di incontaminato è un controsenso. Tutto è ibrido. Non integrato ma ibrido. “I frutti puri impazziscono”, sosteneva brillantemente Clifford. Eppure si continua a venderli come tali e a comprarli con la fame del segregazionismo purista e di una maniaca categorizzazione di esseri animati ed inanimati. I gruppi etnici sono il risultato di deviazioni ideologiche e invenzioni politiche fatte passare per differenze genetiche. Gli studi scientifici e culturali al riguardo sono “accertati” da tempo, eppure ancora informazioni così cruciali nel determinare i fondamenti epistemologici del nostro avvenire non sono affatto state diffuse, ed anzi accuratamente snobbate.

Tra i mali d’Europa oggi segnalano spesso l’anti-semitismo, e nella radice del termine, inflazionatissimo sui giornali, grazie a fior di linguisti e filologi scorgiamo il suo stesso paradosso: “gli Arabi sono antisemiti”; che significa quest’espressione se l’Arabo, assieme al Tigrino e all’Ebraico, fa parte delle lingue, secondo i libri “sacri” delle tre religioni monoteiste, appunto semitiche (letteralmente discendenti da Sem, figlio di Noè)?

La paura del diverso induce ad usi traditori del linguaggio e fuorvianti, di cui oggi siamo davvero vittime e carnefici allo stesso tempo: non a caso i friulani chiamano “vent sclàf” (vento slavo) la bora, appioppando un’accezione negativa al popolo confinante. Ancora più illuminante nel denunciare il paradosso vigente nell’uso della parola è l’esempio di “andarsene senza salutare”, che in italiano viene identificato in un costume eticamente negativo assegnato ai britannici: “andarseneall’inglese”. Mi sono personalmente divertita alquanto poi nello scoprire che i britannici, a loro volta, appioppano quest’uso ai francesi solendo dire “to take French leave”, così come i Tedeschi con il loro “Sich auf Franzosisch verabschieden”; e i Francesi ricambiano la cortesia ai Britannici dicendo “s’en aller à l’anglaise”.

Se solo ci ricordassimo più spesso che gli Inglesi ci chiamavano wopso accomunandoci a tutti gli altri popoli del Mediterraneo, e che quella sigla volesse dire “without official permission”, le nostre idee sull’immigrazione sarebbero fabbricate da una mano affondata nella terra ed una sulla fronte che ne asciuga il sudore, piuttosto che da una grondante di ipocrisia sulla bandiera e l’altra in segno di ALT.

Heinrich Boll evidenziava quanto le parole e le espressioni divenute “tipiche”, se lasciate in mano agli opportunisti e ai demagoghi senza coscienza, possano essere causa di morte di milioni di uomini. D’altronde anche io mi sto chiedendo se il senso del mio messaggio sia passato. E non a caso, per l’appunto, parlo Arabo.

Estella Carpi

 

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