Hay al Gharbe and the lack of social assistance (by Estella Carpi – November 2012)

Quel giorno vissuto a Hay al Gharbe mi fece realizzare quali sono le reali aree di vulnerabilita’ sotto il controllo municipale di Hezbollah, realta’ totalmente depoliticizzata ad estrema minoranza sciita, e a dispetto della propaganda anti-confessionale del partito.

http://www.sirialibano.com/lebanon/hay-al-gharbe-il-de-imperfecta-innocentia-di-un-umanitarismo-latente.html

Hay al Gharbe: il De imperfecta innocentia dell’umanitarismo

21 NOVEMBRE 2012

(di Estella Carpi*). Aprite il vostro “Zawarib” a pagina 83, o date un occhio alla mappa di Beirut nelle sue periferie meridionali più prossime all’aeroporto: “Sabra Camp” è la scritta assegnata, che si staglia contro un omogeneo sfondo grigio. Indiscriminatamente grigio. Eppure quel monocromatismo nasconde parecchie differenze. L’ho scoperto oggi, 2 Novembre 2012, dopo aver messo piede in quell’immenso grigio, al cui interno si trova la tetra realtà di Hay al Gharbe.

Tra la medina riadiyya – città sportiva – e la rotonda con al centro la colonna raffigurante Bashar e Hafez al Asad (nominata scherzosamente dai residenti dei sobborghi meridionali di Beirut: Khazuq al Asad, il palo degli Asad), si estende il cosiddetto suq al khudra, “mercato della verdura”, la cui area fu danneggiata nell’estate del 2006 dalla guerra con Israele, che colpì la zona circostante, dove si trova l’aeroporto e dove avvenne il primo attacco aereo il 13 luglio.

L’area è attualmente oggetto di intervento da parte di UN Habitat, dato che il progetto di ricostruzione post 2006 dei sobborghi a Sud di Beirut, de facto monopolizzato da Jihad al Bina’ (l’organizzazione non governativa affiliata al partito di Hezbollah), prevedeva la riedificazione di zone solo “fortemente danneggiate dalla guerra, e direttamente attaccate dal nemico sionista”, come mi spiegò qualche mese fa Hadi, responsabile del progettoWaad, con sede a Haret Hreik.

Dietro l’immensa area dedicata al mercato della verdura, si apre una realtà piuttosto simile all’ultimo girone dell’inferno dantesco, se mai possa assumere fattezze fisiche nell’aldiquà.

Nonostante il tasso elevato di violenza domestica e di abuso di alcol e droghe a livello quotidiano, non siamo a conoscenza di nessun evento eclatante, nessun aneddoto, nessun cenno riguardante tale realtà; mentre invece ci sono ampiamente noti i massacri di Sabra e Shatila nel settembre ‘82 (adiacenti a Hay al Gharbe), o l’urbicidio per mano israeliana nei quartieri di Haret Hreik e di al Ghobeiry – sotto la cui municipalità ricade teoricamente Hay al Gharbe.

Per addentrarmi nel quartiere, passo sotto delle asticciole di ferro su cui sventolano bandierine di Harakat Amal e poster raffiguranti il veterano Nabih Berri. Gli occhi dei pochi passanti son già allertati per capire di cosa io, nuova presenza al loro cospetto, possa mai aver bisogno in un luogo simile.

Una donna mi vede esitante e intuisce: mi indica la scuola che andavo cercando, fondata nel 1993 dall’OngTahaddi (sfida, in arabo) di Catherine Murtada, svizzera francese di padre siriano, attualmente direttrice dell’organizzazione.

Una delle amministratrici mi attende al cancello, nonostante non sembri avere molto tempo, né essere particolarmente lieta della mia visita.

Nella scuola vi sono al momento due  bambini palestinesi, cinque siriani – figli di famiglie neo-rifugiate – e la grande maggioranza proviene dalla comunità Dom. La scuola riesce a ridurre relativamente il lavoro minorile, ampiamente presente nella zona a causa della povertà diffusa.

Faccio un giro tra le classi: inglese, arabo, musica, matematica sono le materie principali che vengono insegnate a un numero variabile di 300 alunni all’incirca, generalmente tra i 7 e i 10 anni. “Quelli più grandi vanno alla scuola di Sabra, nostra unica partner, creata dall’associazione Amal (speranza)”, mi spiegano.

Tra le materie purtroppo non ne è prevista nessuna che possa far sì che i genitori dei bambini Dom tramandino in modo più sistematico la loro lingua, la loro storia e la loro cultura. “Non abbiamo i mezzi”, mi risponde un’insegnante. “A loro volta i genitori Dom, per poter far questo, necessiterebbero di ulteriore formazione, e ciò è al di fuori della nostra competenza e capacità. Diventerebbe un circolo infinito…”.

Qualche anno fa la scuola dell’Ong Tahaddi si è trasferita da Sabra a Hay al Gharbe per potersi espandere strutturalmente e poter accogliere un numero più consistente di bambini. Purtroppo la scuola non è ufficialmente riconosciuta dallo Stato libanese, pertanto gli alunni non hanno in ogni caso la possibilità di continuare gli studi e accedere alle scuole superiori o all’università in un futuro prossimo. A Hay al Gharbe è anche presente una scuola pubblica, ma purtroppo è totalmente priva di risorse e registra una scarsissima affluenza locale.

È ormai risaputo che la comunità Dom è totalmente negletta all’interno della realtà libanese. Negletta non solo dallo Stato – di cui condannare la debolezza cronica sarebbe, in ogni angolo della compagine libanese, come sfondare una porta aperta – ma soprattutto è realtà negletta dalla magnanima – e filantropica all’occorrenza – comunità internazionale.

“Quali sono le organizzazioni che operano in questo posto? Chi vi offre dei servizi? Chi conosce i vostri bisogni?”, oso chiedere a una madre che attende il figlio all’uscita della scuola. Mi risponde: “Nessuno, ma davvero nessuno. Sto perdendo la memoria della mia stessa vita, perché in questa società noi valiamo quanto un paio di scarpacce e nessuno è interessato a ricordarci”.

Anche le famiglie più “benestanti”, i cui genitori perlomeno sono riusciti a trovar un impiego umile come venditori di narghile o di verdura, tendono a non mandare i figli alle scuole pubbliche libanesi. “Avrei paura per i miei figli, perché i libanesi non amano il diverso” (letteralmente al gharib, ovvero “ciò che è strano”), mi riferisce. “Non siamo abituati a mescolarci. Tendiamo a restare qui, dove ci hanno dimenticato”.

Le case della zona sono costituite da materiali decisamente poco resistenti: pavimenti in sabbia e tetti in legno. Lo Stato non raccoglie i rifiuti né tantomeno si prende cura dei canali di scolo. Gli abitanti sopravvivono, nel vero senso della parola, grazie a iniziative fai-da-te, aiuti sanitari e programmi educativi di Tahaddi.

Quello che l’organizzazione fa è sostanzialmente alleviare il male senza avere il modo di estirparlo. Tale realtà è un limbo di sofferenza umana reso più vivibile ai residenti. Qui, dove tra i 10.000 abitanti vi sono prevalentemente Dom, pochi palestinesi, iracheni, singalesi e qualche siriano, lontani dalle altisonanti questioni politiche del Libano contemporaneo, non vi è mezza traccia delle solide reti di servizi tessute con cura negli anni da Hezbollah; tantomeno l’area attrae il mercato dello sviluppo internazionale, che tiene fede alla sua occulta logica del “Nessuna politicizzazione? Nessun investimento”.

Indifferente, il cursore del laptop mi lampeggia di fronte, attendendo una conclusione che non vorrei trovare a causa della rabbia che una giornata così ti lascia addosso.

La bassezza della qualità della vita è capace di congelare l’agentività di chi si suppone – nella filosofia umanitaria – possa e debba cambiare qualcosa.

Fine della mia amara visita turistica in via della Povertà. D’altronde è stata la peggior accoglienza in assoluto che ho ricevuto in Medio Oriente. Qualcuno per caso si chiede il perché?

Per informazioni dettagliate sulla realtà urbana di Hay al Gharbe, si può consultare il progetto “Safe and Friendly Cities for All” lanciato lo scorso Luglio da UN Habitat, UN Women e UNICEF Libano sotto l’ala della municipalità di Beirut.

_________

Estella Carpi è dottoranda presso l’Università di Sydney e l’Università americana di Beirut, ed è attualmente in Libano per la sua ricerca sul campo.

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