el Khiyyam ex Prison (by Estella Carpi – February 2012)

http://www.osservatorioiraq.it/l’ex-prigione-di-khyyam-occupazione-umiliazione-annientamento-e-memoria-nel-sud-del-libano

L’ex prigione di Khyyam: occupazione, umiliazione, annientamento e memoria nel sud del Libano

Ignorate le parole del personale amministrativo della caserma di Sidone, in cui dovrete ritirare il permesso giornaliero per poter accedere nei territori del sud, occupati da Israele dal 1978 al 2000. Vi diranno che non vale la pena e che “non c’e’ niente”. Concetto sempre molto relativo che mette in evidenza il divario tra l’approccio turistico-estetico e turistico-etico del visitatore.

testo e foto di Estella Carpi*

La visita all’ex prigione, a mio avviso, si rivela invece estremamente interessante rispetto alla cementificazione idolatrante di reiterate retoriche di vittoria e rivincita della mostra a cielo aperto di Mleeta, eretta nella regione di Iqlim al Tuffah nel 2010.

Mleeta ricorda a molti laici simpatizzanti di Hezbollah come varie legittime argomentazioni del partito siano tuttora inevitabilmente legate a concezioni socio-politiche “confessionalizzanti” degli spazi e dell’esistenza, e spesso incrostate ad una logica militare; nulla togliendo alle sue enormi evoluzioni verso un’ottica nazionalistica gradualmente diversificata dalla matrice iraniana e basata su pilastri localmente vincenti di partecipatività ed inclusione.

I due luoghi di Mleeta e Khyyam paiono ergersi in un’interessante dialettica al cospetto del visitatore non autoctono.

Nel loro comune tentativo di preservare la memoria passata come imperativo morale e rinnovo etico-militare, Khyyam riesce, rispetto a Mleeta, ad offrire la nudità empirica degli spazi della distruzione, oppressione e umiliazione che l’esercito israeliano ha a lungo inflitto in queste zone, e in cui aveva patologicamente costruito il suo stesso senso di sopravvivenza e legittimazione identitarie.

Mleeta sembra un “sigillo” rispetto all’ex prigione di Khyyam, un suo completamento etico, teso allo sforzo positivistico di rielaborare un’etica sociale della vittoria e della compensazione, catalizzatori del senso di riscatto umano che, insieme al processo di ricostruzione postguerra del 2006, ha inondato la quotidianità dei residenti – e non – delle zone devastate dai bombardamenti israeliani.

Poco prima di passare il check-point di Khyyam vi ritroverete a sorpassare il famoso Litani, fiume oggetto di non troppo remote avidità e mire agricolo-economiche israeliane, che lo hanno spesso  reso causa di scontri.

Si ricordi “l’operazione Litani” del marzo del 1978, anno della prima invasione israeliana del Libano meridionale, troppo spesso giustificata in tanti libri di storia come una legittima “risposta” agli atti terroristici dell’OLP a Haifa, nello stesso mese.

La prigione di Khyyam – in arabo letteralmente “tende” – era un’antica caserma istituita nel 1933, quando il Libano era ancora sotto mandato francese, come mi racconta il custode. E’ solo dal 1985 che venne utilizzata da Israele per detenere i prigionieri – uomini, donne e bambini senza distinzione alcuna – delle sue regolari rappresaglie nell’area. Molte storie di torture son raccontate in riferimento a questa prigione, come testimoniano gli oggetti tuttora conservati in uno spazio dell’area dedicato alla sola oggettistica.

Il custode mi mostra anche una sorta di scatola di ferro in cui i prigionieri venivano costretti a sedere fino a 10 giorni consecutivi con le ginocchia ritirate al petto, gli occhi bendati e a testa in giù. I prigionieri venivano portati qui senza aver affrontato alcun processo legale.

Come ha spesso ricordato Robert Fisk, Israele ha sempre negato ogni responsabilità riguardo al trattamento inumano dsei detenuti e al training dei torturatori, accorpati alla sezione militare che allora si occupava di quest’area (South Lebanon Army, SLA).

Fisk racconta come Israele abbia persino impedito per lungo tempo all’organo internazionale della Croce Rossa di visitare la prigione, e come abbia ignorato ripetutamente la condanna da parte di varie organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International.

Il trattamento dei prigionieri, secondo le varie testimonianze, pare fosse ben peggiore di quello attuato nelle stesse carceri israeliane.

Con la fine dell’occupazione israeliana nel sud del Libano del Marzo 2000, torturatori e custodi di Khyyam fuggirono attraverso il confine cercando la protezione del governo israeliano. E’ interessante scoprire come in un futuristico tentativo di paradossale cancellazione della memoria locale che Israele ha pesantemente bombardato anche l’ex prigione durante la guerra inaspettata del 2006, seguita al chiacchierato waad sadeq– la “sincera promessa” – del segretario generale del Partito Hezbollah, Sayyd Hassan Nasrallah, nel suo discorso del 12 luglio 2006, nel quale invocava la liberazione dei prigionieri libanesi nelle carceri israeliane.

A testimoniare i maltrattamenti e i “brain-washing” delle logiche militaristiche israeliane del sovracitato South Lebanon Army, ci sono le parole di Dov Yirmiya, ex luogotenente israeliano, che con la pubblicazione del suo diario sull’invasione del Libano nel 1982 si è procurato il Nobel per la Pace da parte palestinese e l’ostracismo da parte di Israele, come immediata risposta.

Un simile flusso di coscienza in stile sveviano, ma a mio avviso molto più imbevuto di velato auto-giustificazionismo – della stessa stoffa della nota ed anche troppo apprezzata pellicola “Walzer con Bashir” – può essere scorto nelle pur fondamentali parole di Misha Shulman, noto scrittore israeliano, che ricorda le sue percezioni psico-individuali ai tempi del SLA.

“Reducing my entire being to patriotic military jargon seemed ludicrous. Nonetheless, I did my best to assume this fighting spirit as the colonel expected. I immersed myself in early Zionist writings from the times before the ideology and the practice of the doctrine were at odds with each other. The common practice of denial in Marj Ayoun helped to convince both me and my soldiers that our presence in Lebanon was in fact part of a historical struggle for freedom that had been taking place over the past 5,000 years. We were the slaves in Egypt, the Maccabees fighting the Greeks, the heroes of the Warsaw Ghetto uprising… We were another chapter in our people’s and our state’s struggle for survival, for peace… I was an occupier in their land, and as such my mind became “occupied” with thoughts that were not my own. My actions contradicted who I am. I will not let it happen again”.

Quello che vedrete a Khyyam è essenzialmente il colore della distruzione e dell’annientamento, ma è in questi “munumenti non intenzionali di guerra” di cui parla Robert Bevan in The Destruction of Memory, Architecture at War che si ritrova il senso di rivincita espresso in un quadro appeso al muro dell’area del carcere oggi dedicata all’oggettistica. Le iniziali in ebraico che distinguevano le sezioni militari israeliane occupanti, estromesse dal Libano nel maggio 2000, son state disegnate utilizzando le scarpe dei combattenti di Hezbollah, eroi della ‘Liberazione’.

L’immagine, mi spiega il custode, vuole suggerire le parole: ha’ak sirmeye, ovvero “vali come un paio di scarpacce”, “non vali nulla” (nella variante dialettale libanese).

Ancora una volta, è in questi monumenti non intenzionali di guerra che si ritrova l’artificiosa essenza di opposizioni identitarie che, in balia di retoriche politiche, difficilmente troveranno un’agnizione finale.

*Estella Carpi è PhD Candidate presso l’Università di Sydney in Australia ed attualmente PhD Fellow presso l’American University of Beirut.

24 febbraio 2012

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