Kurdistan iracheno: l’isola felice della libertà d’espressione made in Usa?- Iraqi Kurds: We are luckier than Arabs because we can choose between two parties

Articolo pubblicato su Left-Avvenimenti in seguito al mio viaggio nel Kurdistan iracheno. Le contraddizioni del fiore all’occhiello della ‘democrazia’ esportata dall’invasione statunitense.

The second one is a longer different version in English. I wrote it upon my return from Iraqi Kurdistan, which is considered by some to be the best democratic model shaped by the US invasion…even though it is a region run by two untouchable families…

Benvenuti in Affaristan

PresidentBushAndBarzani

di ANDREA GLIOTI

Greggio e zero tasse: le regioni curde sono un paradiso per gli imprenditori. Ma la democrazia resta una chimera

 

«Lo vedi quel complesso?». Halo, imprenditore francese di origini curde, indica un blocco di cemento sulla strada tra Erbil e Sulaymaniyah: «È una prigione cogestita dal governo del Kurdistan e dagli americani, ci tengono la maggior parte dei terroristi mediorientali. E da lì stai certo che non scappano». La “fortezza Kurdistan” ha ben poco in comune con l’instabilità del resto dell’Iraq, a partire dalla bandiera, che troneggia su ogni edificio. È quella con il sole dorato, che rappresenta il sogno nazionalista dei Curdi: una grande unica patria che si estenda tra Siria, Iraq, Iran e Turchia. I giovani, nel Nord di quello che fu l’Iraq, parlano solo curdo. L’arabo è legato solo alle funzioni religiose: l’era del panarabismo di Saddam Hussein è lontana anni luce.

La storia recente dell’Iraq, quella dell’occupazione statunitense, è completamente stravolta in Kurdistan. In questa regione la popolazione segue le regole del governo locale, ormai in gran parte autonomo da Baghdad. E qui l’intervento Usa non viene ricordato come invasione, ma come «liberazione» (tahrir). Gli statunitensi sono amici venuti ad aiutare, persone da cui imparare. A Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, una coppia di americani gestisce un fast food tappezzato di bandiere a stelle e strisce, dove l’insegna pubblicizza hamburger preparati nel pieno rispetto della “tradizione culinaria” Usa. Anche la classe dirigente ha fiducia in Washington. «Il sogno di un unico grande Kurdistan può diventare realtà grazie al supporto internazionale e al piano americano per un “Nuovo grande Medio Oriente”», azzarda a mezza voce Adbul-Wahhab Ali, portavoce del Pdk, il partito del presidente Mas’ud Barzani. Secondo il progetto nazionalista, circa trenta milioni di curdi potrebbero unirsi in uno degli Stati più ricchi di risorse naturali al mondo, grazie agli enormi giacimenti di petrolio e gas. «I ventun’anni (1991-2012) di autonomia del Kurdistan iracheno hanno aperto l’acceso ad aziende occidentali e russe. Questo percorso porterà a uno Stato, anche se non sappiamo ancora quando», prosegue fiducioso Ali.

Per l’imprenditore curdo-francese Halo la regione federalista non è tanto il coronamento delle lotte nazionaliste curde, quanto un solido connubio di affari e sicurezza. «Qui pago molte meno tasse che in Francia. Un cittadino curdo non versa più di cento dollari all’anno in contributi e i servizi sono quasi tutti a carico dello Stato». Un paradiso dei business, ben dipinto da Khorshid Delli, analista politico di Al-Jazeera: «Le compagnie petrolifere occidentali preferiscono Erbil a Baghdad perché cedono una percentuale di gran lunga minore dei loro profitti alle autorità locali».

L’emblema del boom economico è la capitale Erbil, cresciuta rapidamente da torrido villaggio ad agglomerato di centri commerciali e hotel di lusso. In una regione ricca di risorse e con un benessere diffuso, il rischio è quello di diventare troppo simili al modello delle monarchie del Golfo: un’economia che si basa sulla rendita, dove i regimi autoritari restano al potere in virtù della minima pressione fiscale e della distribuzione di servizi a costo zero. Gli stretti rapporti politico-economici tra Kurdistan e Usa rendono ancora più calzante il paragone con le monarchie dei petroldollari, dove le violazioni dei diritti umani sono raramente oggetto delle critiche americane. Un esempio è la legge sul Consiglio nazionale di sicurezza, che secondo l’opposizione ha spartito i vertici delle forze dell’ordine tra i due partiti al governo. «È restrittiva della libertà, ma non ha ricevuto nessuna critica dal consolato americano», protesta il direttore del Centro Metro per la difesa dei giornalisti, Rahman Gharib. «L’Occidente sta progettando di trasformarci in un mercato petrolifero sicuro, privo di diritti, proprio come i Paesi del Golfo».

In Kurdistan la sfera pubblica è rimasta dominata per oltre vent’anni da due famiglie, quella del leader dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) Jalal Talabani e quella del presidente e guida del Pdk Mas’ud Barzani. Agli occhi dell’opposizione, le classi dirigenti curde non sono poi così differenti da quelle arabe. «L’unica differenza tra noi e loro è che loro sono governati da una famiglia, noi da due», ironizza Ahmad Khaled, membro dell’ufficio stampa del partito d’opposizione Gorran. «Il modello della società è tribale: Gheddafi e Barzani sono della stessa pasta, lasciano il potere ai figli», sostiene con rabbia Hogr Shikha, avvocato e veterano della difesa dei diritti umani. Si riferisce a Nechirvan Barzani, nipote del presidente Mas’ud, attuale primo ministro del Kurdistan.

Neanche ai giornalisti è permesso criticare le due potenti famiglie. «Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto oltre 300 denunce di violazioni dei diritti dei reporter», riferisce Gharib. Nel 2010, ad esempio, il giornalista Sardasht Osman è stato ucciso proprio dopo aver scritto un articolo sulla famiglia Barzani. «Osman non aveva criticato Kak Mas’ud (“fratello Mas’ud”, soprannome con cui è noto Barzani tra i suoi sostenitori), aveva parlato di sua moglie e della figlia, del suo onore e della sua dignità», obietta con stizza il portavoce del Pdk Abdul-Wahhab Ali. Secondo Ali e i giudici del Kurdistan, Osman non sarebbe però stato ucciso per aver “mancato di rispetto” alla famiglia Barzani, ma perché coinvolto nella nebulosa organizzazione di un attentato di matrice islamica. «È un’assurdità. Osman era di orientamento laico, non avrebbe mai frequentato dei jihadisti», ribatte Biradost Azizi, giornalista curdo siriano che lavora a Sulaymaniyah dal 2004.

Azizi è arrivato in Kurdistan dopo essere stato espulso dall’università di Damasco a causa delle sue attività politiche. Anche a Sulaymaniyah, però, si è trovato a essere accusato di danneggiare la causa nazionalista in nome della libertà d’espressione. «Cinque mesi – racconta Azizi – fa ho ricevuto l’invito a presentarmi in tribunale con l’accusa di aver “diffamato” il Pkk», il partito indipendentista del Kurdistan turco. «Ho obiettato di non poter essere processato per le mie idee politiche, ma il giudice mi ha risposto che il Pkk non si tocca perché ha combattuto per i territori curdi». Azizi racconta di essere stato minacciato dagli esponenti del Pkk e da quelli del suo alleato siriano, il Pyd. Non ha paura di parlarne o forse non ha tempo di pensarci: la vita è frenetica per un siriano in Kurdistan, 500 dollari al mese per lavorare in radio, poche ore di sonno, un corpo smagrito dal lavoro e dalla militanza politica.

«Le autorità del Kurdistan sostengono che le manifestazioni in difesa dei diritti umani ostacolino il percorso verso uno Stato curdo indipendente», spiega Khaled, del partito d’opposizione Gorran. «Militarizzano la società al fine di reprimere le rivendicazioni popolari», aggiunge il portavoce. Le mobilitazioni di cui parla Khaled sono esplose in piazza nel febbraio del 2011 e culminate in un sit in lungo 62 giorni a Sulaymaniyah. Migliaia di manifestanti scesi in strada per chiedere una maggiore trasparenza finanziaria, il ricambio della classe dirigente, l’indipendenza delle istituzioni e la libertà d’espressione. Nel silenzio dei media occidentali, tutto si era concluso in una campagna di arresti a tappeto e nell’uccisione di dieci dimostranti. A un anno e mezzo da quegli eventi, il fallimento della “Primavera curda” fa ancora meno notizia, sepolta dagli interessi imprenditoriali dei cacciatori di petrolio.

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Iraqi Kurds: We are luckier than Arabs because we can choose between two parties

By Andrea Glioti

Sulaymaniyah-Erbil (Iraqi Kurdistan)

The sparks of the “Kurdish spring” went largely unnoticed in Western media, due to the tight economic relations between the Iraqi Kurdistan Regional Government (KRG), the US and Europe.  After the overthrown of Saddam Hussein in 2003, the region became known as a safe haven for investments, but the appetite for profits might marginalize considerations on human rights to promote a Gulf model of Western ally.  Despite the more democratic features of the KRG in comparison with Arab states, the public sphere is controlled by the same two families (Barzani and Talabani) since twenty years and the Kurdish nationalist struggle is used as a pretext to quell freedom of expression, just like the Israeli threat has been exploited to enforce longstanding states of emergency in Egypt and Syria.

2011 Protests

The unmet demands for financial transparency, political turnover, freedom of expression and independent institutions came finally under the spotlights in February 2011, when security forces killed ten of the thousands of protesters, who staged a 62-days-long sit-in in Sulaymaniyah. “I cannot confirm that [those responsible of violence] have been arrested,” admits Farid Sarasard, a member of the leading council of Talabani’s Patriotic Union of Kurdistan (PUK), “the arrest warrants have been issued, but not executed and so far there has been no trial.” “The [murder] case has been transferred to the military courts,” explains the lawyer Hogr Shikha, head of the UN-tied Public Aid Organization (PAO), “of course, no one has been held responsible!”

Mass demonstrations were triggered by the Arab uprisings, but the local discontent was ripe for an outbreak since at least one decade. “In Kurdistan, differently from Europe, out of 300 demands, they are likely to agree on two-three manifestations organized by the ruling parties,” clarifies Shikha, “the unauthorized [ones] are considered illegal and the authorities might resort to repression against demonstrators,” continues Shikha.

The party which is mainly blamed for shooting down protesters, Barzani’s Kurdistan Democratic Party (KDP), claims violence was committed from both sides and questions the spontaneous nature of the movement: “it was clearly a conspiracy of the opposition [Change Movement] against us, if you notice that there was no attack on the headquarters of the PUK [N/A: the other ruling party],” affirms the KDP spokesperson in Sulaymaniyah, Abdul-Wahhab ‘Ali. There is also room to criticize protesters for not being ready to understand a democratic legal framework, after decades of dictatorship. “It’s not about being free to take the streets, it is necessary to demand an authorization, but dictatorship still prevents people from understanding laws,” complains Abdul-Wahhab ‘Ali.

Restoring silence

It has been one year and a half since the clashes in Sulaymaniyah and streets are surprisingly quiet. What happened to the movement? Some say the momentum was lost due to the violence deployed against journalists and activists. “The Patriotic Union of Kurdistan gave orders to the Secretary General of Peshmergas [NdA: Kurdish armed forces], Mahmud Sangawi, […] to use all sorts of violence […] against the forces having a key role in demonstrations,” recalls PAO’s Hogr Shikha.

Despite a considerable space for free media, violence against journalists is an increasingly common trend in Iraqi Kurdistan. “The last year we received more than 300 pleas for the violation of the rights of journalists,” affirms Rahman Gharib, director of the METRO Center for the Defense of Journalists. The last case is the one of Karzan Karim, a journalist accused of “terrorism” and sentenced to two years on October 7, for leaking information about corruption and nepotism in the Erbil airport. Similarly to many of his colleagues, Karim was writing under a pseudonym.

There seem to be precise red lines the press is not allowed to cross: two years ago, the Kurdish journalist Sardasht Osman was allegedly killed for criticizing KRG President Mas’ud Barzani. “Osman was not a journalist […], he was said to have written two articles under a pseudonym on the ‘toilet-website’ Kurdistan Post ,” belittles Abdul-Wahhab Ali (KDP), “he didn’t criticize, he talked about Barzani’s wife and daughter, about his dignity and honor.” Ali reports the official verdict on the murder of Osman, a secular-minded journalist assassinated by a group of Islamic terrorists he was supposedly in touch with.

In defense of journalists, the METRO center calls for the application of the press law. “There are problems between the press law and the criminal law,” explains PAO’s Hogr Shikha, “the first one is private […], therefore subject to the public criminal law.” Journalists criticizing authorities are detained for defamation on the basis of the criminal law, rather than fined according to the press law.  What is intentionally ignored is one paragraph of the criminal law, recalled by the former chief judge of Saddam’s trial, Rizgar Mohammad Amin, which singles journalists out for their criticism of public figures: the accused should be acquitted, if he provides evidence of his claims.

Like the Gulf?

The response of the authorities to these political demands has been to divert the attention on economic-services based reforms. “We work day and night to supply [the region] with water and electricity, a unified wage system shaped on the Emirati model will be adopted,” boasts KDP’s Abdul-Wahhab ‘Ali, “a social welfare law based on the Scandinavian experience will be under study.”  However, “economic demands are secondary,” according to NGO director Mohammad ‘Atta (Civil Development Organization), “as the middle class is still strong.”  “We have witnessed financial and administrative reforms,” points out Sarasard (PUK), “but the region needs political reforms.”

In a region with good living standards, the risk is the development of a Gulf-styled “rentier” State providing low-price services in exchange of limited political freedoms.  “The National Security Council law [A/N: and the related distribution of security posts between the ruling parties] curb freedoms and there was no comment from the American consulate,” protests METRO’s Gharib, “the West is planning to turn us into a safe [oil] market where freedoms are repressed, just like Gulf countries.” “The protests in Sulaymanyah were not covered by Western media,” adds Ahmad Khaled, a member of the press room of the opposition Change Movement.

Kurdish cause first

In the eyes of the opposition and various social actors, the Kurdish ruling classes are not so different from their Arab counterparts. “The only difference between us and the Arab countries is that they are ruled by one family and this region is run by two families, but the political composition is the same: there is no democracy,” claims Khaled, “the [regional] Constitution will be approved by the two [ruling] parties and not by unanimity.” According to PAO’s Hogr Shikha, “the model is tribal: Qaddhafi and Barzani are the same, they put their sons in power.” The nephew of Mas’ud Barzani, Nechirvan Barzani, is the current Prime Minister in the KRG.

In order to maintain the status quo, the political leadership keeps on exploiting Kurdish nationalist feelings like Arab rulers did with the Palestinian cause. “These are simple cards [the authorities] play to touch the sensibility of the youth,” says Kamal Raouf, editor-in-chief of the independent daily Hawleti, “they tell you the Kurdish society is safe, if you help us against this or that individual.”

The opposition goes further, by claiming that the Government regularly engines foreign threats to prioritize the nationalist struggle over popular demands. “Border areas were shelled [by Turkey and Iran] at the same time demonstrations took place,” says Khaled (Change Movement), “there is an agreement between the ruling parties and the neighboring countries.”

On a positive note, some political figures seem to realize that nationalism should not be exploited to curb freedoms: “I’m against this way of enhancing nationalism, as it has negative repercussions on the growth of democracy,” states PUK’s Farid Sarasard. Bearing in mind that Kurds amount to nearly 30 million people spread between Turkey, Iraq, Iran and Syria, the democratization of Iraqi Kurdistan would imply a much wider echo.

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