Le tensioni all’indomani dell’omicidio del capo dell’intelligence della polizia libanese Wissam al-Hassan

Articolo da me pubblicato per TMNews dieci giorni dopo l’assassinio di al-Hassan in Libano. La Siria come mandante più probabile e la reazione di Hezbollah. Qualche giorno di tensione, ma il Libano mantiene il suo precario equilibrio…

All’ombra della Siria la guerra civile “rimandata” in Libano

A dieci giorni dall’omicidio del capo dell’intelligence al Hassan

Roma, 29 ott. (TMNews) – L’eco delle bombe è tornato a Beirut venerdì 19 ottobre: il generale sunnita Wissam al-Hassan, capo del reparto dell’intelligence della polizia libanese (Forze di Sicurezza Interna- FSI), è stato ucciso da un’autobomba nel quartiere di Ashrafiyeh.

wissam al-hassan

Hassan era una figura controversa, aveva goduto di buoni rapporti con Damasco e svelato alcune reti di spionaggio israeliane, nonostante fosse stato il responsabile principale della sicurezza del premier Rafiq Hariri, martire per eccellenza della coalizione anti-siriana del 14 Marzo. Ciononostante, la situazione d’emergenza in cui si trova il regime siriano, il ruolo giocato da Hassan nell’ostacolare i suoi piani di destabilizzazione del Libano e legami del generale con l’opposizione siriana catapultano Damasco in cima alla lista dei sospetti. Al contrario, il principale alleato del governo siriano in Libano, gli sciiti di Hezbollah, non ha alcun interesse nello scatenere un conflitto confessionale tramite simili attentati, come dimostra il cauto autocontrollo esercitato in patria sin dall’inizio della rivoluzione siriana.

Chi era Wissam al-Hassan? Il generale Hassan aveva preso il controllo dell’agenzia d’intelligence della polizia all’indomani dell’assassinio del premier Hariri (2005), quando il reparto era stato creato per bilanciare l’influenza di Damasco sui servizi segreti militari e sull’altra agenzia, la Sicurezza Generale. Nonostante il rapporto di fiducia con l’ex-primo ministro, Hassan era stato sospettato di coinvolgimento nell’attentato dal Tribunale Speciale per il Libano, poiché non faceva parte della scorta di Hariri il giorno della sua morte. Aveva inoltre fatto da intermediario tra Hezbollah e Saad Hariri1 nel 2007, quando era stato concesso al partito di mantenere il suo circuito di telecomunicazioni nella valle della Biqaa e nel Libano meridionale. D’altra parte, l’avanzato livello tecnologico del dipartimento di Hassan era stato fondamentale nell’imputazione dei quattro membri di Hezbollah per l’omicidio del primo ministro. All’ìnterno della coalizione del 14 Marzo, non tutti si fidavano di Hassan, ma era stato Saad Hariri a promuoverlo in un ruolo ancora più centrale, in seguito alla morte del padre.

Le ragioni di Damasco Il regime siriano rimane il principale indiziato, a partire dalla chiarezza delle minacce di Bashar al-Asad di trasformare il Medio Oriente in un nuovo Afghanistan, pur di rimanere al potere. Non è un caso che dal 2008, quando gli Accordi di Doha hanno garantito all’opposizione filo-siriana di far parte di un governo di unità nazionale, il Libano non sia stato teatro di attentati di questo genere. L’attuale esecutivo, formatosi nel 2011 dopo la caduta del governo di Saad Hariri, non presenta poi nemmeno un ministro del 14 Marzo. Oggi invece, avendo perso il controllo di buona parte del suo territorio, il regime siriano è ridotto a una condizione di “semi-Stato”, fa notare lo scrittore libanese Elias Khoury, e si trova costretto a internazionalizzare il conflitto per sopravvivere alla crisi. L’obiettivo è sedere al tavolo dei negoziati nella risoluzione di uno stato d’emergenza. Hassan potrebbe essere stato punito per il recente arresto di Michel Samaha, ex-ministro dell’informazione libanese vicino a Damasco, accusato di essere in procinto di realizzare una serie di attentati per conto del regime siriano. Secondo l’analista politico Elias Muhanna, non è da escludere che il generale abbia ordito una trappola in coordinazione con qualche figura dell’opposizione siriana infiltrata a Damasco, vista l’eccezionale singolarità del complotto di Samaha: l’ex-ministro sessantaquattrenne si sarebbe trovato a trasportare esplosivi in macchina, pur non avendo mai avuto alcuna esperienza militare, e le prove sarebbero state così schiaccianti da indurre al silenzio tutti gli alleati libanesi di Damasco al momento dell’arresto. Incoraggiato dalla crisi dell’establishment siriano, Hassan ha forse osato troppo accusando anche Ali Mamluk, una delle figure di punta dell’intelligence siriana. Pur essendo da tempo sulla lista nera di Damasco, un altro fattore determinante nella decisione di eliminarlo ora è stato il suo noto legame con l’opposizione siriana. David Ignatius del Washington Post ha rivelato di recente il contenuto dell’ultima visita di Hassan a Washington ad agosto: il generale libanese aveva cercato di garantire all’Esercito libero siriano (Els) un supporto logistico più convinto da parte americana, rassicurando la Casa Bianca sul contenimento dei gruppi islamici più radicali al suo interno. Si aggiunga poi che, colpendo il vertice dell’intelligence della polizia, Damasco ha preso di mira il nesso principale costruito da Hariri tra servizi segreti libanesi e sauditi. Lo schieramento filo-siriano libanese punterà prevedibilmente il dito su Israele, che pure aveva le sue ragioni per eliminare Hassan, ma la crisi siriana e la rapida successione dell’affare Samaha e dell’attentato rendono l’uccisione del generale una necessità molto più urgente agli occhi di Damasco.

Hezbollah si controlla Gli sciiti di Hezbollah vengono accusati di combattere al fianco di Asad in Siria e di essere stati gli esecutori dell’attentato contro Hassan. La prima ipotesi è molto più realistica della seconda. Il 6 ottobre, Hezbollah ha tentato di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sul suo fronte militare principale, quello anti-israeliano, tramite il primo storico lancio di un drone in territorio nemico. Tuttavia, il movimento fa ormai fatica a smentire la sua presenza in Siria, alla luce del crescente numero di “martiri caduti adempiendo obblighi di jihad”, senza che vi sia un fronte aperto con Israele. Un ricercatore universitario mi ha confermato di recente che le stesse famiglie dei martiri ammettono di avere perso i loro cari in Siria. Se la permanenza di Asad al potere è determinante per l’afflusso di armi destinate al partito sciita, Hezbollah non ha invece nessun interesse a “importare” in Libano il conflitto siriano e lo ha dimostrato con un atteggiamento estremamente cauto sin dall’inizio della rivoluzione siriana. Il partito ha mantenuto un’immagine pulita, lasciando i lavori “sporchi” a clan sciiti armati come i Meqdad, responsabili del rapimento di decine di cittadini siriani ad agosto. Il caos non è funzionale agli interessi di Hezbollah, che fonda il controllo del territorio su un ordine militarizzato, ma solamente a quelli della Siria. Restano da valutare i limiti del potere decisionale del partito sciita, dal momento che Damasco sa bene di doverlo trascinare nel conflitto, se intende destabilizzare il Libano: non ci sarà infatti nessuna guerra civile, se l’iniziativa è lasciata in mano al disorganizzato fronte sunnita del 14 Marzo. Saad Hariri si trova all’estero da oltre un anno, le correnti salafite emergenti hanno eroso la sua popolarità e le probabilità di un golpe sono pari alla velleità della tentata irruzione in parlamento di domenica 21 ottobre. Quanto all’Els, non ha nessun interesse nell’aprire un fronte in Libano, preferendo che il nord rimanga il suo “cortile posteriore”, un rifugio per le operazioni logistiche. Hezbollah mantiene quindi l’ultima parola sulla stabilità, in base alla sua coesione e all’indiscutibile superiorità militare.

A una settimana dall’assassinio di Hassan, Beirut è tornata momentaneamente alla calma, in virtù dell’autocontrollo di Hezbollah e delle pressioni dei governi occidentali, che hanno espresso il loro supporto per l’attuale governo di Miqati, onde evitare un vuoto di potere. L’appuntamento è alla prossima provocazione di Damasco.

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