I Cristiani mediorientali e la necessità di sentirsi protetti da una dittatura ‘secolare’- Middle Eastern Christians and their need to feel protected by ‘secular’ dictatorships

Sul tema delle minacce pendenti sul capo dei cristiani mediorientali, su cui non mancano gli sproloqui (vedi molto di ciò che è stato detto in occasione della Pasqua 2013 a Roma ). In questo articolo, pubblicato su Left-Avvenimenti, prendo in considerazione il legame tra cristiani e dittature, sull’esempio egiziano, iracheno e siriano. 

After the Italian version, I’ve pasted the English unpublished one, which is longer and includes references to Lebanese Christians.

Cristo si è fermato a Damasco

di ANDREA GLIOTI

Terrorizzati dalla possibilità di un governo dominato dai partiti musulmani, i cristiani del Medio Oriente preferiscono appoggiare i dittatori. Eppure Mubarak, Saddam e Assad non li hanno difesi

maalula

Quando si spengono le luci su un regime apparentemente laico, ma dittatoriale, tra i cristiani del Medio Oriente si scatena la paura. Perché il vecchio sistema non era democratico, ma dava sicurezze, mentre le guerre e le rivoluzioni lasciano aperta la domanda: “Che ne sarà di noi?”. Prima c’è stato l’Iraq, dove soltanto pochi cattolici traevano beneficio dal regime ba’thista, ma non vi è dubbio che le minoranze religiose subissero meno violenze ai tempi di Saddam. Eppure il dittatore iracheno non aveva nessuna simpatia per i cristiani, come dimostra la strage di assiri durante la campagna di Anfal. Poi è arrivato l’Egitto, dove la caduta di Mubarak ha coinciso con un aumento delle violenze contro i cristiani, mentre il dittatore era noto per i suoi buoni rapporti con il patriarca copto Shenouda III. Allo stesso tempo, Mubarak sapeva bene come giocarsi le paure della minoranza religiosa e scatenare episodi di violenza occasionali per mostrare ai copti cosa sarebbe successo senza il suo regime: non è un caso che l’ex ministro degli Interni, Habib al-Adly, sia sotto inchiesta, sospettato di essere coinvolto nell’attentato che colpì una chiesa di Alessandria nel gennaio 2011.

Oggi è il turno della Siria, dove cristiani e musulmani hanno convissuto a lungo pacificamente, ben prima dell’avvento della dittatura ba’thista di Bashar al Assad. Tra gli anni 40 e i 50, ad esempio, il cristiano Fares al-Khoury è stato uno dei primi ministri siriani più popolari tra i musulmani. Tuttavia oggi molti credenti sono succubi della propaganda governativa che collega la sopravvivenza delle minoranze a quella del regime.

E così, la maggioranza “silenziosa” dei cristiani sembra scegliere il male minore, un regime panarabo apparentemente laico piuttosto che un governo islamico eletto regolarmente. Non si può negare che i partiti islamici siano promotori di una visione politica confessionale e discriminatoria, ma spesso quando entrano nella legalità e partecipano finalmente alle elezioni optano per un compromesso sulle ideologie. È successo in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno abbandonato il radicalismo sotto la guida di Hussein al-Hodeibi (1949-73), per poi scegliere un accesso monitorato alle elezioni legislative a partire dalla fine degli anni Ottanta. E l’attuale presidente egiziano Mohammad al-Morsi è un prodotto di questo sviluppo storico, come testimonia la sua nomina di un assistente presidenziale copto. Al contrario, i regimi nazionalisti come quelli di Mubarak in Egitto, Saddam in Iraq e Assad in Siria hanno mantenuto un laicismo di facciata, ma non sono mai stati meno autoritari di quelli islamici di Iran e Arabia Saudita.

Perché dunque, con la loro caduta, i cristiani avrebbero bisogno di un protettore, che si tratti di un despota o di un partito? Due anni fa, durante un sermone nel monastero libanese di Mar Antonios Qozhaya (Valle di Qadisha), il prete insisteva sulla resistenza dei cristiani maroniti allo sradicamento dalle loro terre voluto dalla maggioranza musulmana. Dimenticava che i peggiori scontri confessionali nella storia del Libano – i 15 anni di guerra civile – furono innescati da fattori socio-economici e politici e non da forme d’intolleranza religiosa. Eppure i cristiani continuano a considerarsi un’entità bisognosa di protezione e non una componente in grado di contribuire alla democratizzazione del Medio Oriente, autoraffigurandosi come un organo trapiantato nel tessuto sociale. Un comportamento che apre la porta allo sfruttamento delle divisioni religiose da parte delle potenze occidentali, il che in Siria significherebbe, per esempio, una divisione del Paese in regioni cristiane, alauite e druse come ai tempi del mandato francese (1923-43).

Insieme ai sunniti, i cristiani di Siria hanno formato per secoli la colonna vertebrale delle classi agiate mercantili, senza guadagnare nulla dall’ascesa al potere del partito Ba’th nel 1963. Al contrario, c’è chi sostiene che le nazionalizzazioni di Hafez al-Asad li abbiano danneggiati, costringendo molti a migrare. Tuttavia, diversi sostenitori del regime citano in propria difesa le poche poltrone assegnate a personalità cristiane, come il portavoce del ministero degli Esteri, Jihad Makdissi, e l’ex ministro della Difesa, Dawud Rajiha.

Oggi, una delle brigate aleppine dell’Esercito libero siriano – che lotta contro il regime – ha assicurato il suo impegno a difendere la multiconfessionalità del Paese, come fonte di ricchezza culturale per la Siria del futuro. Se i cristiani ignoreranno simili appelli, preferendo difendere lo status quo, non verranno ascoltati nella fase di transizione post rivoluzionaria. Storicamente, ricordano i dissidenti cristiani siriani Michel Kilo e Michel Shammas, ciò che ha aiutato i cristiani a essere accettati dalla maggioranza musulmana è stata invece la loro presa di posizione contro la brutalità delle crociate e del colonialismo, a prescindere dalla fede degli invasori. Purtroppo la responsabilità del silenzio dei cristiani durante la cosiddetta Primavera araba è anche del clero e della sua radicata inclinazione a sostenere regimi autoritari. Uno dei pochi uomini di Chiesa che ha osato criticare esplicitamente il regime siriano, padre Paolo dall’Oglio, è stato espulso dal Paese, mentre la maggioranza del clero siriano, insieme al patriarca maronita libanese Beshara al-Ra’i, hanno esibito un sostegno più o meno esplicito al governo del presidente Assad.

Una Chiesa che fomenta l’odio al fianco del potere temporale, scrive Michel Kilo nel suo articolo pubblicato sul quotidiano libanese As-Safir a giugno, è colpevole di distorcere il messaggio originario della cristianità, fondato sulla tolleranza e l’inclusione. Benedetto XVI è appena arrivato a Beirut per manifestare il consueto messaggio di solidarietà rivolto ai cristiani “in pericolo”, ma un appello a schierarsi al fianco dei musulmani che lottano per la democrazia sarebbe forse più utile. Le Chiese mediorientali non possono essere considerate innocenti, nel momento in cui tacciono di fronte ai massacri per salvaguardare i propri interessi, proprio come papa Pio XII non è stato mai assolto dalla storia per essere rimasto in silenzio di fronte all’olocausto.

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How democratic changes will affect the “protection” of Christians in the Middle East.

By Andrea Glioti

There is a common mantra among Middle Eastern Christians, when the lights of a supposedly secular dictatorship fade away: “What will be our fate?”  In Iraq, only few Christian figures benefited economically from the Baathist regime, there were no thousands of Tariq Aziz, but there is no doubt that minorities were less targeted by violent attacks under Saddam. Does this mean that the Iraqi dictator held Christians in special consideration? Perhaps we should pose this question to the Christian Assyrians, who were driven out of an “Arabized” Kirkuk together with the Turkmen and the Kurds, and to those who were killed and displaced by the Anfal campaign. In Egypt, the fall of Mubarak has seen a rise of sectarian violence against Christians, while the overthrown President was known for his good ties with the deceased Coptic Pope Shenouda III. However, Mubarak knew how to play subtly on Christian fears and engineer violence to show the minority what would have happen without him in power: as a matter of fact, a probe has been open against the former Interior Minister, Habib al-Adly, for serious suspects about his involvement in the church bombing occurred in Alexandria in January 2011. In Syria, Christians and Muslims have been living peacefully together since long time before the Baathist autocracy, but some surprisingly agree with the Government propaganda that minorities need the regime to stay to protect them. Between the ’40s and the ‘50s, in a fairly democratic period, the Christian Fares al-Khoury has been one of the most popular Syrian Prime Ministers among Muslims.

The “silent” majority of Christians seems to opt for what they perceive as the lesser of the evils, a supposedly secular Pan Arab regime rather than an Islamist Government elected by fair elections.

There is no doubt that a party labeling itself as “Islamist” supports a sectarian, non-inclusive vision of politics, but the participation to a more democratic electoral process is often a prelude to renegotiate ideologies. The example of Hezbollah is blatant for how the movement developed from a product of the Iranian revolution to a fully integrated actor of the Lebanese political sphere, starting from the elections in 1992. Hezbollah’s sectarian Islamist background did not prevent the party from joining an alliance of interests with the Christian Free Patriotic Movement. Another example is the Egyptian Muslim Brotherhood’s de-radicalization under the leadership of Hussein al-Hodeibi (1949-73) and its subsequent controlled access to politics in the late ‘80s. Mohammad al-Morsi is a product of this historical development, just like his recent appointment of a Coptic presidential assistant.

Pan Arab ethno-nationalist regimes like Iraq and Egypt were [are- in the case of Syria] no less authoritarian than Islamist ones like Saudi Arabia and Iran, so that there is an evident contradiction in the Christian support for them. The final aim should be to achieve a State, which is not defined by religion or ethnicity: this means rejecting all sorts of political sectarianism, whether they are phrased in an explicit fashion- the Lebanese case- or in an implicit one- the Pan Arab rhetoric of protected minorities. This is why I prefer to use the term “supposedly secular”: a regime banking on the protection of Christians cannot be defined neither secular (‘almani) nor civil (madani, as some Middle Eastern thinkers prefer to define their aspirations to avoid being labeled as anti-clerical Jacobins).

Why do Christians need someone, whether a despot or a party, to protect them? Do they fear the imposition of shari’a, as we read on most of the Western press? It is worth noting that Egyptian, Iraqi and Syrian laws have been always grounded in shari’a principles under their Pan Arab rulers. For what concerns persecutions, Christians were victims of Muslim violence throughout their history in the Middle East, just like Muslims have been repeatedly assaulted by European Christian crusaders and colonialists later on. There is a widespread generalization, when mentioning episodes of sectarian violence against Christians, as if they were all dictated exclusively by religious intolerance: on the contrary, one cannot understand Al-Qa’ida’s bombings of Iraqi churches without considering the resentment generated among Muslims by the neocon US-led invasion of Iraq.

Around two years ago, in the Lebanese monastery of Mar Antonios Qozhaya (Qadisha Valley), I happened to hear a fiercely sectarian sermon from a priest, insisting on the resistance of local Christians against their eradication at the hands of the Muslim majority. Nowadays, nothing seems changed in Beirut, where streets are plastered with slogans from Phalangists and Lebanese Forces, stressing the permanence of Christians in Lebanon through (armed) resistance. What is easily forgotten is that the worst outburst of Muslim-Christian strife of Lebanese modern history, the civil war, was fueled by socio-economic and political reasons rather than religious hate. 

As long as Christians perceive themselves as an entity in need of protection and not a component capable of contributing to the democratization of Middle Eastern societies, they will resemble an implanted organ in the social fabric. They will disavow their historical legacy of bridging cultural and technical resources back and forth between Europe and the Arab world. They will encourage a miserable return to the exploitation of sectarian cleavages by Western powers, that would mean in Syria, for example, a division of the country into Christian, Alawi and Druze states just like under the French mandate (1923-43).

Last February in Istanbul, one of the main figures of the expatriate Syrian opposition, ‘Ammar al-Qurabi, told me: “Why those who are scared do not participate to the demonstrations to voice their concerns?” Fearful Christians defending the status quo will never be listened in the post-revolutionary transitional phase. What actually helped Christians being accepted by the Muslim majority, according to the Syrian Christian dissident thinkers Michel Kilo and Michel Shammas, was their stances against the brutality of colonialism and crusades.

A heavy responsibility for the silence of Christians in the so-called “Arab spring” is in the hands of the clerical institutions and their well-rooted inclination to back authoritarian regimes. One of the few religious figures explicitly criticizing the Syrian regime’s practices, Father Paolo dall’Oglio, has been expelled from the country.  On the contrary, most of the Syrian clergy and the Lebanese Maronite Patriarch, Beshara al-Ra’i, showed a more or less explicit support for the atrocities committed by the State during the uprising. With regards to this, it is worth to remember the fate of the reactionary French and Russian clergy after the two popular revolutions, when an explosion of violent anti-clericalism swept away the church.

A church fostering hate on the side of temporal authorities, notes Michel Kilo in his article appeared on As-Safir on June 16, is a complete distortion of the original message of Christianity, which is about tolerance and inclusion. The Eastern churches cannot be deemed innocent when staying silent in front of massacres to safeguard their interests, just like Pope XII has never been absolved for not uttering a word about the Holocaust. 

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