Reportage dai campi profughi siriani di Reyhanli (Hatay- Turchia)

Articolo pubblicato su Europa Quotidiano mentre mi trovavo al confine turco-siriano…

Fuga dalla Siria, tra miliziani e spie del regime

Un reportage dai campi profughi in Turchia

Syrian_refugee_camp_on_theTurkish_border

Di Andrea Glioti

Reyhanli, Antiochia

Mentre il regime siriano porta avanti l’offensiva militare nella regione settentrionale di Idlib, i campi profughi si espandono a vista d’occhio in Turchia. Le cifre ufficiali fornite dalle autorità turche superano i 20mila profughi, oltre 1600 solo negli ultimi due giorni, ma la Mezzaluna Rossa turca aveva già messo in conto a metà marzo la possibiltà di trovarsi a ricevere mezzo milione di siriani. La cittadina di Reyhanli ospita il campo più grande dei sette presenti in territorio turco. A metà marzo vi si trovavano già tra i 2500 e i 3000 profughi, in media quattro o cinque per ogni tenda, ma il numero è in continua ascesa. Di conseguenza, Ankara ha avviato il trasferimento degli esuli stazionati da più tempo in territorio turco in un complesso di container diviso tra il distretto di Islahiye (nell’Hatay) e la provincia di Kilis.
Fonti ufficiali turche sostengono invece che le autorità stiano considerando la creazione di una zona cuscinetto al confine con la Siria, per evitare di dover assorbire nel proprio territorio la prossima ondata migratoria. La maggioranza dei profughi si dice soddisfatta dell’accoglienza turca, nonostante i frequenti blackout e le lamentele di chi è rimasto tre mesi con gli stessi vestiti, non potendo permettersi di acquistarli al di fuori del campo. Alcuni rifugiati non hanno avuto tempo di portare nulla con sé: «Le truppe del regime sono come dei demoni che calano sul tuo villaggio – spiega Mo’taz, un rifugiato arrivato un mese fa da Al-‘Atma (Idlib) – non siamo riusciti a portarci dietro nemmeno le carte d’identità e i vestiti».
Il campo è un microcosmo di diverse classi sociali, ma i più benestanti cercano di trasferirsi altrove, anche perché le tende non sembrano “impermeabili” alle inflitrazioni dei servizi segreti siriani. Tareq ‘Abdul-Haqq (i nomi che usiamo sono fittizi, per proteggere l’identità dei rifugiati, considerata l’abitudine del regime siriano di prendere di mira le famiglie dei dissidenti espatriati), un attivista di 26 anni di Jisr as-Shughur, arrivato a Reyhanli dieci mesi fa, mi racconta di essere sfuggito a un tentato rapimento nei pressi del campo: «Una macchina con i vetri oscurati e la targa inconfondibile dei servizi segreti si è avvicinata a me e un mio amico, con la scusa di chiederci delle informazioni…Io sono scappato poco prima che scendessero dalla vettura, ma il mio amico è stato catturato e da allora non ho più notizie di lui».
In molti non hanno perdonato alle autorità turche la consegna a Damasco del tenente colonello Hussein Harmoush, il primo ufficiale di alto rango unitosi alle file dell’opposizione e successviamente rifugiatosi in Hatay. Fonti ufficiali turche hanno confermato il coinvolgimento dell’intelligence locale nel rapimento di Harmoush.
La Turchia non è sicura nè tantomeno economica per molti rifugiati provenienti da Idlib, una provincia già di per sé non particolarmente benestante. Ad ogni modo, neanche in Siria il costo della vita è rimasto alla portata di tutti: «Un chilo di riso costava 60 lire siriane prima della rivoluzione, più o meno l’equivalente di un dollaro, – afferma Mo’taz – ora lo paghiamo due dollari». I disertori e quei civili che hanno deciso di entrare nelle file dell’Esercito siriano libero testimoniano come l’aumento dei prezzi non abbia risparmiato nemmeno il mercato nero delle armi: «Un proiettile di kalashnikov prima della rivoluzione lo pagavamo un quarto di dollaro, ora ci costa intorno ai quattro dollari», mi conferma Yusef, che comanda un manipolo di uomini all’interno della Falange dei martiri di Jabal al-Zawiyyah, a Idlib.
Le condizioni umanitarie in Siria sono in caduta libera, anche se in province come quella di Idlib non si è ancora raggiunta la tragicità dell’assedio di Homs. «Dalle mie parti tagliano l’elettricità ogni tre ore, acqua corrente non ce n’è, dobbiamo procurarcela da una sorgente». A parlare è Malek di Al- Younsiyyeh, anche lui di Idlib, 25 anni, ricoverato in uno degli ospedali di Antiochia dopo aver perso un piede su una mina al confine, mentre cercava di aiutare la sua famiglia a varcarlo. A Younsiyyeh ci si riesce ancora a procurare del pane, una pagnotta per famiglia al giorno, ma non è il governo a distribuirlo: ci si affida a un ragazzo che lavora in un forno di un villaggio lontano. «Ospedali non ne abbiamo o li evitiamo per non essere arrestati, medicine neppure…Se non si trovano a Jisr as Shugur, ci tocca scendere fino a Latakia», sulla costa, prosegue Malek.
La situazione sembra riservare anche scenari peggiori: «Alcuni hanno iniziato a cibarsi della spazzatura, il mazout (il gasolio per i riscaldamenti) è impossibile da trovare e ci si scalda con dei falò di ulivi – racconta Husam, un altro giovane disertore di Idlib arrivato tre settimane fa a Reyhanli – così la gente ha freddo in casa, continua a scendere in strada per protestare e continua ad essere ammazzata».
In alcune zone le riserve d’acqua non solo scarseggiano, ma, secondo diverse testimonianze, devono essere difese dai tentativi di avvelenarle. «Qualcuno ha iniziato a presentare sintomi da epatite…È il regime che sta avvelenando l’acqua, così i comitati popolari del nostro villaggio si sono organizzati per fare le ronde intorno alle cisterne», afferma Qassem, un 41enne di al Qah (Idlib), arrivato da poco ad Antiochia con il figlio di otto anni. Entrambi giacciono in un letto d’ospedale con ferite d’arma da fuoco, che avrebbero riportato mentre partecipavano a una manifestazione attaccata dall’esercito.
Come al solito, non ho modo di confutare le parole di Qassem, che potrebbe benissimo essere rimasto ferito in uno scontro armato. Damasco continua a impedire ai giornalisti di verificare autonomamente le testimonianze dell’opposizione.

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