La rivoluzione damascena vista da dentro

Il mio primo lavoro per Limes, una mappatura dei poteri socio-economici, delle divisioni confessionali e dei fattori tribali in gioco nella mobilitazione dei quartieri di Damasco durante la prima fase pacifista della rivoluzione siriana. La seguente è la versione originale completa di tutte le note, mentre su Limes le note (e quindi le fonti) erano state tagliate (per ragioni di spazio) e il titolo mutato in  “La rivoluzione damascena vista da dentro.”

Geografia urbana della rivoluzione damascena in fieri

Di Diego Caserio

Map_Damascus_1958_1-10000

10 mesi di rivoluzione siriana

Paralizzata dalla sua complessità. Si potrebbe descrivere così lo stato raggiunto dalla rivoluzione siriana, a dieci mesi dal 15 marzo 2011, quando il pretesto dell’incarcerazione di un gruppo di ragazzi di Dara’a[1] ha innescato il più importante sollevamento popolare in 41 anni di potere assoluto della famiglia Asad[2]. Un’insurrezione problematicizzata dalle molteplici identità religiose ed etniche, fronteggiata da un regime che ha strumentalizzato le paure delle minoranze al fine di mantenere lo status quo[3].  Bashar al-Asad ha raccolto i frutti del lavoro del padre Hafez, che aveva dedicato una vita ad assicurarsi la fedeltà dell’esercito e delle varie sezioni dell’intelligence, tramite epurazioni mirate[4]. L’attuale Presidente godeva inoltre di una relativa popolarità prima dell’insurrezione[5], in confronto ai “colleghi” nordafricani, ed è tuttora sostenuto da una porzione consistente della popolazione, nonostante la repressione brutale dell’opposizione (oltre 5000 morti dall’inizio delle proteste, secondo le ultime stime dell’ONU[6]).

Simili fattori, uniti al peso geopolitico fondamentale della Siria nella stabilità della regione , alla scarsità di risorse naturali del Paese e al continuo ostracismo russo e cinese nelle votazioni in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno finora scoraggiato i sostenitori dell’interventismo NATO[7]. Cionostante, diverse componenti dell’opposizione- in primis  il Consiglio Nazionale Siriano (Al-Majlis al-Wataniyy as-Suriyy – CNS) basato a Istanbul- e alcuni attori internazionali- la Turchia e il Qatar- caldeggiano varie forme di intervento militare[8]. L’ultimo pacchetto di sanzioni votato dall’Unione Europea in varie tranche tra settembre e dicembre 2011, diretto a colpire le esportazioni petrolifere, sta iniziando a far sentire il suo peso sull’economia siriana, anche se si temono ripercussioni sulla qualità della vita dei cittadini[9].

Da parte sua, il Governo Asad ha reagito sostenendo di fronteggiare un’insurrezione armata islamista, foraggiata dai nemici della Siria, seguendo un copione simile a quello della rivolta del 1979-82[10]. Incapace di leggere il contesto mutato, negli ultimi dieci mesi l’establishment ba’thista si è limitato a riforme insignificanti o tardive e non è mai riuscito ad aprire un dialogo significativo con l’opposizione, a causa della sua persistente convinzione di superare la  “crisi” (come viene ufficialmente definita) reprimendola nel sangue[11].  Al contrario, il Governo è riuscito a trasformare la rivolta di Dara’a in un movimento su scala nazionale e le proteste del venerdì in stragi quotidiane. Attualmente, la mobilitazione viene repressa secondo diversi livelli di violenza, a seconda dell’area geografica: la maggioranza dei caduti si concentrano tra le province centrali di Homs e Hama, quella meridionale di Dara’a, quella nord-occidentale di Idlib. Seguono una provincia a intensità medio-alta, quella dei sobborghi di Damasco (Rif Dimashq), e due a intensità media, la provincia orientale di Deir az-Zor (dove l’esercito ha limitato le offensive per non trovarsi costretto ad affrontare anche i clan armati iracheni di al-Anbar, imparentati con quelli siriani) e quella portuale di Latakia (dove gli alawiti lealisti delle montagne sono probabilmente riusciti a tenere la situazione relativamente sotto controllo, dopo i massacri di aprile). Infine le province a bassa intensità, come la capitale, Aleppo (dove è prevalso l’interesse a mantenera la stabilità da parte delle ricche classi di commercianti sunniti e cristiani) e la costiera Tartous (bastione lealista alawita) e quelle con pochissimi caduti, come la provincia settentrionale di Raqqa, attraversata dall’Eufrate (dove sembra essere in vigore un patto tra regime e leader tribali), l’Hasake curdo (dove le manifestazioni sono frequenti, ma l’esercito limita le offensive per non provocare le milizie curde turche e irachene), la meridionale Sweida’ (roccaforte drusa e quindi lealista, come la maggioranza delle minoranze religiose) e Quneitra, avamposto al confine con il Golan[12].

Ad aggravare ulteriormente la situazione, il 29 luglio scorso è emersa una formazione organizzata di disertori, la cui leadership è basata in Turchia, che ha dato vita all’Esercito Siriano Libero (ESL- al-Jaysh al-Suriyy al-Hurr), con l’obiettivo ufficiale di proteggere i manifestanti dalla repressione governativa.  Tuttavia, le offensive contro l’esercito e le forze di sicurezza non si sono fatte attendere, aumentando il rischio a lungo scongiurato di un confronto militare, facilmente degenerabile in conflitto confessionale, visto che la quasi totalità dei disertori sono sunniti[13]. Tuttora permangono dei dubbi sull’indipendenza dell’ESL: i soldati si difendono sostenendo di essere dotati di armamenti leggeri provenienti dall’esercito siriano e dalla shabihah[14], ma c’è chi li accusa di ricevere supporto logistico e militare dalla Francia e dalla Turchia e di nascondere altre realtà più radicali tra le loro fila[15].

Inizialmente riluttante, il Governo siriano si è trovato inoltre costretto ad accettare l’arrivo degli osservatori della Lega Araba al fine di guadagnare tempo[16] , per poi ricorrere al terrore, come sembrano indicare le circostanze e le tempistiche sospette dei recenti attentati di Damasco[17].

La situazione di stallo è evidente anche tra le file dell’opposizione, divisa su come affrontare il regime[18]: rovesciarlo con ogni mezzo possibile, secondo il CNS, la formazione di peso maggiore tra i manifestanti delle aree più colpite dalla repressione, o scongiurare un intervento NATO e aprire un dialogo con Asad, a patto che venga fermato il massacro, come sostiene il Comitato di Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico in Siria (Hay’ah al-tansiq al-watani li-qiwa al-taghir al-dimuqrati fi Suria– CCN), raggruppamento di alcuni dissidenti storici con sede a Damasco[19]. Simili divergenze hanno impedito al CNS di essere riconosciuto dalla comunità internazionale come unico rappresentante dell’opposizione siriana[20]; secondo Michel Kilo, uno dei leader del CCN, l’opposizione non necessiterebbe invece di una struttura organizzativa unificata per fronteggiare un sistema a partito unico[21].

Lo spazio urbano di un’insurrezione

La rivoluzione siriana rimane un moto a velocità irregolari, condizionato da fattori comunitari interessi economici e legami tribali. Per questo motivo, delineare lo spazio urbano, in cui interagiscono tali varianti, può favorire la comprensione delle dinamiche in corso. In un simile contesto, i fulcri della moblitazione damascena e i suoi quartieri “silenziosi” divengono una proiezione interessante delle polarità siriane, anche perchè la capitale politica (Damasco), e ancora di più quella economica (Aleppo), non sono state interessate dai tumulti con l’intensità di altre province (muhafazat). Essendo rimasto a Damasco per circa cinque mesi dall’inizio della rivoluzione, ho avuto inoltre modo di interagire con gli abitanti di svariati quartieri.

Città vecchia, cristiani e ceti benestanti

La capitale odierna ha conosciuto il suo principale boom demografico a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, di modo che molti dei quartieri periferici teatro di proteste, occupano aree un tempo incontaminate come le pendici del Monte Qassiun  a nord-ovest e la fertile piana della Gutha a est: l’allargamento del perimetro urbano era stata una conseguenza dell’urbanizzazione dei ceti rurali, dell’assorbimento dei profughi palestinesi e della necessità di costruire alloggi per l’esercito[22].

Il centro storico, al contrario, è stato preservato nel corso dei secoli e rimane l’emblema silenzioso del controllo esercitato dalle forze di sicurezza sulla capitale. La città vecchia (dimashq al-qadima) ospita da secoli un nucleo di famiglie benestanti cristiane. Qui le manifestazioni sono rare, come nella maggioranza dei quartieri abitati da minoranze religiose, disperse rapidamente e con violenza da gruppi auto-organizzati di lealisti[23], senza bisogno di scomodare forze di sicurezza e nel silenzio dei negozianti. La fedeltà al regime è solida anche in alcune zone più periferiche e popolari abitate dalle minoranze, come la città di Jaramana, situata a sud est rispetto alla provincia damascena e popolata da drusi, cristiani e rifugiati iracheni (molti dei quali caldei)[24]. A Jaramana, di conseguenza, l’identità religiosa influisce più del reddito economico sull’orientamento politico.

Non c’è dubbio che il regime sia riuscito ad assicurarsi il supporto o la neutralità della maggioranza apolitica dei cristiani. La lotta per la sopravvivenza di Asad è stata coscientemente distorta in lotta per la sopravvivenza delle minoranze, al punto che i cristiani che sostengono il ra’is lo fanno con l’ostinazione di chi prevede di dover lasciare la Siria, in caso l’opposizione abbia la meglio. Non si tratta solo di leggere gli eventi secondo la narrativa ufficiale, quella dei terroristi islamici, ma di relativizzare la libertà, l’essenza delle rivendicazioni dell’opposizione pacifista, e svuotarla di ogni significato politico (nella sua accezione di gestione della cosa pubblica). La libertà “privatizzata” di un cristiano lealista è quella di continuare a non interessarsi di politica, purchè venga tutelata la sua libertà di culto. La dimensione comunitaria diventa demiurgo assoluto delle priorità dell’individuo. In nome di questa libertà religiosa, bisogna riportare la Siria indietro di 10 mesi con tutti i mezzi possibili, meglio ancora se violenti.

Questi cristiani sono gli stessi che ogni venerdì occupavano un palco di fronte alla porta nord-orientale della città vecchia, Bab Tuma, e “celebravano” al ritmo di inni nazionalisti i massacri perpetrati contemporaneamente dalle forze di sicurezze in altri quartieri. Esiste poi una parte della comunità difficilmente quantificabile, in quanto silenziosa, che pur non partecipando alle proteste, non condivide la repressione in corso: già il 23 luglio, i vicoli dell’antica madina erano stati tappezzati di volantini contrassegnati da un pesce, richiamo alla simbologia cristiana, su cui veniva espresso lo sdegno per la danza macabra di Bab Tuma[25]. Tuttavia, questa componente silenziosa condivide anche delle preoccupazioni, innanzitutto quelle legate alle testimonianze, difficilmente verificabili,  sulle violenze che i ribelli sunniti di Homs avrebbero commesso nei confronti dei cristiani[26]. In secondo luogo, il disappunto nel constatare come la rivoluzione tunisina e quella egiziana si siano concluse con un successo elettorale degli islamisti, delusione peraltro comune ai musulmani laicisti, ma vissuta con maggiore apprensione da parte delle minoranze cristiane. Infine, un certo distacco nei confronti del CNS, forte del supporto politico dei Fratelli Musulmani, concentrato sulle modalità con cui rovesciare il regime piuttosto che sulle garanzie a tutela delle minoranze e disposto ad appoggiarsi alla NATO, senza considerare il rischio di replicare in Siria la tragedia dei caldei iracheni[27]. Alla luce di queste considerazioni, le posizioni più moderate del CCN sembrano più vicine alle inclinazioni dei cristiani “silenziosi” siriani[28].

A ovest del centro storico, nei quartieri benestanti di Abu Roummaneh, Sha’lan, Al-Malki, costellati di negozi e caffè in stile occidentale, e in quello universitario di Mezzeh, il clima è altrettanto tranquillo. Il denominatore comune degli abitanti della zona è quello economico, interessato alla stabilità politica. Vivono qui molti “rampolli del potere” (awlad as-sultah), gli “aspiranti” Rami Makhluf[29], la nuova classe di imprenditori e intermediari, che hanno ottenuto il monopolio di determinati settori non produttivi (compagnie telefoniche, commercio di automobili e simili), soppiantando la borghesia industriale e commerciale anche a livello di peso politico[30].

Il quartiere universitario di Mezzeh, insieme alle due piazze principali della città moderna, ‘Abbasiyyin e Umawiyyin,  è spesso teatro delle ostentazioni di popolarità del regime,vale a dire folle oceaniche mobilitatesi, più o meno spontaneamente, in supporto del Governo[31]. Nella stessa università di Mezzeh, nonostante i ripetuti scontri tra studenti lealisti e oppositori, le forze di sicurezza hanno mantenuto un rigido controllo e mobilitato le associazioni studentesche ba’thiste all’occorrenza. Del resto, l’egemonia del partito sulle università, unita a quella sull’esercito, era stata una prerogativa fondante dell’apparato di potere costruito da Hafez al-Asad[32].

Università, moschee e Islam politico

Dal momento che tutti gli studenti immatricolati sono facilmente identificabili, le proteste all’interno dei campus universitari sono poi considerate più rischiose di quelle organizzate all’uscita dalle moschee[33]. La capacità di aggregare diverse classi sociali ha mantenuto le moschee al centro del movimento, dovendo inoltre rinunciare alle piazze militarizzate. Malgrado ciò, la stampa occidentale ha frettolosamente tratto le sue conclusioni sulla connotazione fondamentalista dell’utilizzo dei luoghi di culto.

Moschee esemplari, in quanto catalizzatrici di dissidenti, sono state quella di Al-Rifa’i a Kafr Sousah e Shaykh Hassan a Midan, collocate rispettivamente a ovest e a sud della città vecchia, dove convergono manifestanti provenienti da altre zone di Damasco[34].

Midan, in particolare, è stato ininterrottamente il focolare più vicino al cuore della capitale, adiacente a Bab Musalla, vero e proprio centro gravitazionale dell’opposizione, tanto da essere scelto anche per una manifestazione organizzata da scrittori e intellettuali il 13 luglio 2001[35]. Quartiere conservatore, Midan era destinato ad essere un epicentro  rivoluzionario in virtù della sua storia e della provenienza dei suoi abitanti: a Midan predicava Hasan Habannaka, uno dei leader della prima insurrezione islamista contro il Ba’th (1964), e la zona è caratterizzata dalla concentrazione di famiglie provenienti da Dara’a[36]. Habannaka collega Midan alla memoria di Hama, già centro della rivolta del ’64, quando venne bombardata la moschea Sultan, e tuttora una delle città più colpite dalla repressione. La presenza invece di famiglie di Dara’a, storicamente riconducibile alle relazioni commerciali tra mercanti di Damasco e contadini meridionali, ha innescato una reazione immediata all’assedio militare della città dell’Hawran iniziato il 24 aprile scorso[37]. Consapevoli dell’identità del quartiere, molti manifestanti sanno di poter trovare un rifugio sicuro nelle case dei residenti, quando si trovavano a fuggire da squadristi e forze di sicurezza.

La menzione di Habannaka non deve comunque fuorviare nella comprensione del movimento odierno, poichè a Damasco non è un fattore sunnita e islamista ad accomunare le rivendicazioni[38]. Chi protesta scandisce in coro “Dio è il più grande (Allahu Akbar)”, così come lo urlavano sui tetti della Tehran sciita durante la rivoluzione del 1979: è un modo per infondersi coraggio, facendo affidamento su un sistema di valori, quello religioso, condiviso dai ceti popolari. Non si tratta di un manifesto politico islamista, come del resto non lo era nella Tehran del ’79, malgrado la successiva contro-rivoluzione degli ayatollah.  L’evidenza dei fatti conferma come sia impossibile ridurre la rivoluzione siriana a canovaccio dell’Islam politico: il quartiere nord-occidentale di Muhajirin, molto conservatore e sunnita, è rimasto marginale alll’insurrezione. L’unica spiegazione plausibile è che  Il regime degli Asad rimane fondato sulla compartecipazione d’interessi  economici.

Tuttavia, neanche la variante economica rappresenta una costante, poichè Midan ospita una nutrita comunità di agiati commercianti, mentre Kafr Susah è un quartiere moderno a tenore di vita medio-alto, divenuto centro di proteste a seguito del confluire di collettivi provenienti soprattutto da altre zone.

Mezzeh Jabal: alawiti poveri e servizi segreti

Tuttavia, neanche la variante economica rappresenta una costante. Lo si comprende vivendo nel microcosmo alawita di Damasco, la zona montuosa di Mezzeh Jabal, che si inerpica sulle montagne a sud-ovest di Mezzeh, fino alla fitta selva di case popolari di Mezze Jabal 86 (Sitta wa Thamanin). Proliferato di pari passo all’urbanizzazione, l’abusivismo edilizio era già tollerato de facto lungo le pendici del Monte Qassiun[39] negli anni ’80. Sotto questo aspetto, Mezzeh Jabal non fa eccezione e riproduce una geografia del reddito diffusa in tutta la capitale: quella che vuole i ceti popolari concentrati in zone montuose, al di sopra di quartieri più benestanti[40].  Nel caso alawita, ha probabilmente inciso la tendenza a ricercare un ambiente simile ai villaggi montani di provenienza, che per secoli avevano difeso la comunità dalle persecuzioni sunnite[41]. Nel contesto odierno, la montagna offre riparo dalle mobilitazioni in corso nei quartieri a valle e, già ad aprile, era stata disseminata di posti di blocco organizzati dai residenti. Mezze Jabal non è solo un bastione alawita, vi è un’alta concentrazione di famiglie di militari e membri dei servizi segreti. Per lo più si tratta di ranghi bassi, ufficiali dell’ amn al-dawla, che arrotondano i loro stipendi grazie alla corruzione imperante[42]; gli eredi delle povere comunità rurali alawite, che i regimi Ba’th erano riusciti ad attirare in città con la prospettiva di un impiego militare[43]. Ai “colletti blu” dei mukhabarat, la rivoluzione in corso ha offerto poi la possibilità di guadagnare velocemente somme ben più cospicue, arruolandosi nelle shabiha finanziata da uomini d’affari vicino al regime tramite la copertura di onlus siriane[44].

Le famiglie di Mezzeh Jabal sono una conferma di come a difendere il regime non siano solo “i rampolli del potere”, ma chi teme di perdere i propri mezzi di sussistenza e tornare ad essere emarginato nei villaggi d’origine. Detto ciò, esiste senz’altro una parte meno visibile della comunità alawita che, alla stregua di quella cristiana, se potesse scegliere, preferirebbe una riconciliazione tra opposizione e regime sia al protrarsi della repressione che al rovesciamento del Governo. La prima opzione rischia di precipitare il Paese in una guerra civile, mentre della seconda, in una prospettiva comunitaria, si intravedono più rischi che garanzie di miglioramento[45].

Ghetti e fattori tribali

Tutt’altra prospettiva è quella di due quartieri altrettanto poveri nel sud di Damasco, al-Hajar al-Aswad e Qadam, a maggioranza sunnita, dove le proteste sono violente e all’ordine del giorno. Al di là dell’identità confessionale, in queste zone note ai damasceni per la criminalità e lo spaccio di stupefacenti, si è “contro” poichè non si ha nulla da perdere nel cambiamento. Nelle salderie di Qadam sono costretti a lavorare ragazzi che hanno conseguito lauree in informatica, senza poterle mai utilizzare: le nuove generazioni disilluse dalle aspettative accompagnatesi  all’ascesa al potere del “riformista” Bashar[46].  Le dinamiche che hanno innescato le manifestazioni sono completamente spontanee e per lo più svincolate dalle reti dei comitati di coordinamento. Più che la determinazione a rovesciare il regime, ha inciso sul singolo la dimensione collettiva, la paura di isolarsi ed essere arrestati[47]. Altro fattore fondamentale nella radicalizzazione di Qadam e al-Hajar al-Aswad, come nel caso di Midan, sono stati i legami con le tribù (asha’ir) di Dara’a: la tragedia della città dell’Hawran e le successive vittime tra i membri di clan influenti nei due quartieri damasceni hanno escluso da tempo ogni forma di dialogo con il regime[48].

È importante notare come le ramificazioni tribali possano giocare anche un ruolo esattamente opposto nelle tendenze politiche di una comunità, qualora i leader dei clan (shuyukh) vengano cooptati dal regime: le ragioni per cui, ad esempio, Deir az-Zor non è diventata una nuova Homs,vanno attribuite a simili considerazioni. Nella cittadina sulle sponde dell’Eufrate, una delle figure più importanti dell’opposizione è Nawaf al-Bashir, leader del clan Baqara, ha fortemente condizionato il tenore della partecipazione alle proteste, quando è stato “convinto” a fare marcia indietro e sposare la causa dal regime. Oggi a Deir az-Zor è in corso uno scontro generazionale tra giovani manifestanti e leader tribali lealisti, di modo che i clan, da vincoli ossificati, iniziano a diventare varianti di una soggettività politica più complessa.  In una regione cruciale sotto il profilo politico-energetico, come Deir az-Zor, simili sviluppi determineranno il futuro della rivoluzione[49].

Tornando a Qadam, non stupisce il fatto che i manifestanti esibiscano spesso cartelloni, che invocano l’imposizione di una no-fly zone (al-hazr al-jawiyy): la vicinanza alle posizioni del CNS è spesso dettata da legami di clan con le zone del Paese più colpite dalla repressione – “le città disastrate” (al-mudun al-mankuba) nel linguaggio politico dell’opposizione – o dall’appartenenza diretta ai quartieri con il più alto numero di vittime; quest’ultimo il caso di Masakin Barzeh e Qabun, collocati a nord-est della città vecchia, il secondo dei quali oggetto di uno dei rari dispiegamenti dell’esercito all’interno di Damasco[50]. No-fly zone e nessun dialogo sono sicuramente le posizioni dominanti anche nella città di Duma (provincia di Rif Dimashq, nord-est della capitale), martoriata dai raid della Guardia Presidenziale e della Quarta Divisione dell’esercito[51]. Più ci si addentra nei quartieri periferici popolari del Rif Dimashq, più il confronto si fa violento con le forze governative e guadagnano terreno nuove falangi (kata’ib) facenti capo all’ESL.

In nome della Palestina

In linea con la strumentalizzazione delle minoranze, l’apparato Ba’th ha anche sfruttato i suoi legami con alcuni partiti palestinesi perchè cooperassero nella soppressione dei tumulti di al-Hajar al-Aswad, traendone esiti contrastanti[52]: alcuni comitati di coordinamento dell’adiacente campo profughi palestinese di Yarmuk hanno infatti cominciato a prendere contatti con i manifestanti di al’Hajar al-Aswad[53].  I palestinesi, in virtù della loro condizione di rifugiati, si trovano in una situazione peggiore delle rimanenti minoranze, consapevoli di essere a rischio espulsione, qualora si schierassero con l’opposizione siriana. L’intera comunità è riconoscente alla Siria per lo statuto privilegiato di rifugiato di cui gode in confronto agli altri Paesi della regione[54].  Yarmuk è un vero e proprio quartiere di Damasco, disseminato di edifici del tutto competitivi sul mercato immobiliare, con ottimi servizi idrici ed elettrici[55]. Ciononostante, lo statuto giuridico dei palestinesi è merito della Siria pre-ba’thista, in particolare della legge n. 260 emanata nel 1957, e molti palestinesi vicini a Fatah non hanno dimenticato i contrasti tra Hafez al-Asad e Arafat, nonchè il ruolo della Siria nel supportare diverse milizie contro i palestinesi durante la guerra civile libanese[56].

Nel mantenere i palestinesi ai margini della mobilitazione popolare ha certamente inciso la neutralità di Hamas, che ha preferito iniziare a trasferirsi in Giordania già da maggio, sollecitato da un regime alquanto irritato per la scarsa dimostrazione di fedeltà[57]. D’altra parte, la stessa ANP ha mantenuto un profilo basso rispetto agli eventi siriani e anche alcuni simpatizzanti di Fatah in Siria non esitano a paragonare lo scarso impegno di Abu Mazen a quello degli altri autocrati della regione[58]. Un ulteriore deterrente contro la partecipazione dei palestinesi all’ “intifada” siriana, è stato fornito dal collaborazionismo della maggioranza dei partiti palestinesi nel monitorare gli abitanti del campo per conto delle autorità siriane.

Questa serie di fattori ha garantito una scarsa mobilitazione nei campi, all’interno dei quali i partiti palestinesi hanno imposto il silenzio[59], ma non ha impedito che i più giovani prendessero contatti con i comitati rivoluzionari siriani su base individuale e operassero al di fuori del loro quartiere. Gli episodi scatenanti sono stati la commemorazione della Nakba[60] il 15 maggio, quella della Naksa[61] il 5 giugno. Nella prima occasione, l’iniziativa originale promossa dai comitati giovanili di Yarmuk, quella di varcare il confine in massa scatenando l’intifada apartitica del diritto al ritorno dei rifugiati, è stata boicottata e trasformata in una parata dei partiti palestinesi lealisti, intenzionati a “spendere” alcune vite per lanciare un messaggio chiaro a Israele: “se cade Asad, il confine diviene ingestibile”[62]. Tre palestinesi sono stati così uccisi al confine dai soldati israeliani. Il 5 giugno il piano è stato replicato, le fazioni palestinesi filo-siriane, in coordinazione con i servizi segreti, hanno trascinato al confine degli altri abitanti del campo, nonostante l’opposizione dei collettivi giovanili. Il giorno successivo, violenti scontri tra le famiglie dei caduti e i seguaci di Ahmad Jibril (Fronte per la Liberazione della Palestina- Commando Generale) sono culminati nell’incendio della sezione del suo partito a Yarmuk[63].

Ciononostante, neanche il  bombardamento del campo profughi palestinese di al-Raml a Latakia da parte dell’esercito siriano il 15 agosto scorso è riuscito a innescare una partecipazione di massa alle proteste[64]. Oltre ai fattori esposti precedentemente,  i rapporti dei comitati di coordinamento palestinesi con quelli siriani e il CNS non sono stati dei migliori: in dieci mesi di proteste nessun venerdì è stato “dedicato” alla causa palestinese, nonostante le pressioni degli attivisti di Yarmuk, nè sono emerse garanzie rassicuranti da parte del consiglio guidato da Burhan Ghaliun[65]. In generale, la percezione di alcuni leader del coordinamento di Yarmuk è stata quella di un’opposizione siriana troppo intenta a contendersi le cariche future per occuparsi della causa palestinese.

Conclusioni:

Il quadro delineato risulta complesso e una lettura degli eventi deve tenere conto dell’insieme delle varianti economiche, comunitarie e tribali, senza scindere le une dalle altre e cadere in determinismi riduttivi. A Damasco, scanno del potere Ba’th e capolinea necessario della rivoluzione, non tutti i ceti popolari si ribellano, nè tantomeno la totalità dei sunniti- islamisti e non- o tutti gli appartenenti a determinati clan. Ed è solo comprendendo l’intersecarsi dei diversi fattori, che la rivoluzione può ambire a estendere il suo raggio d’azione in alcuni quartieri rimasti immuni. A questo scopo, diviene necessario avvicinare classi dirigenti e borghesia commerciale alla causa rivoluzionaria e “spezzare” una delle regolarità riscontrate, l’assenza di mobilitazioni nelle zone più benestanti. Al di là del rovesciamento del regime, la Siria avrà infatti bisogno di imprenditori e commercianti che la sostengano nella ripresa; a tal fine, la crisi economica e le sanzioni dovrebbero risultare determinanti nell’allontanare i ceti medio-alti dal regime. Risulta invece più difficile intervenire sul secondo motivo ricorrente, quello comunitario, soprattutto in relazione al distacco mantenuto dalle minoranze religiose: un ruolo fondamentale avrebbe potuto essere svolto da realtà come il CCN, aperto alla possibilità di un dialogo con il regime, ma ormai la quantità di sangue versato ha reso inverosimile ogni forma di negoziato. Occorrono garanzie concrete per tranquillizzare le minoranze, unite a un aumento della loro presenza negli apparati rappresentativi ed eventualmente militari dell’opposizione. L’altra arma a disposizione degli insorti è la rete di legami tribali che unisce famiglie di aree geografiche disparate: controllando alcuni clan strategici, è possibile sottrarre al controllo dello Stato quartieri e città intere. D’altra parte, l’attivismo politico delle nuove generazioni fornisce segnali ben più incoraggianti verso un’autonomia decisionale, svincolata da condizionamenti tribali e confessionali.

Guadagnare alla causa le classi dirigenti, fornire garanzie alle minoranze e sfruttare le alleanze tribali permetterebbe di rendere più omogeneo il supporto  alla causa rivoluzionaria, limitando i rischi di una guerra civile. Putroppo, si tratta di una risoluzione a medio-lungo termine, mentre i ritmi serrati della repressione e la conseguente emergenza umanitaria lasciano ben poco tempo a disposizione.


[1] Centro agricolo e tribale, capoluogo dell’omonima provincia (muhafaza) della regione meridionale dell’Hawran, confinante con la Giordania. I ragazzi in questione sono stati arrestati per aver realizzato dei graffiti anti-governativi. Il rifiuto di scarcerarli e le torture a cui sarebbero stati sottoposti hanno dato inizio alle proteste.

[2]  Hafez al-Asad (1970-2000) Bashar al-Asad (2000- in carica).

[3] A differenza, ad esempio, della composizione arabo-(berbera)-musulmana pressochè “monolitica” della Tunisia o della Libia, la Siria è un mosaico siriano di cristiani, musulmani sunniti, sciiti alawiti, sciiti duodecimani, sciiti ismailiti e drusi, reso ulteriormente complesso dalle numerose minoranze etniche (curdi, turcomanni, armeni, assiri) e dalla presenza di circa 500.000 rifugiati palestinesi e un milione e mezzo di rifugiati iracheni.

La strumentalizzazione dei timori delle minoranze è stata evidente sin dall’inizio delle proteste, palesandosi in un’intensa propaganda mediatica: sui manifesti che tappezzavano Damasco era scritto “No al conflitto settario, sì alle riforme guidate dal Presidente Bashar al-Asad (la lil-fitna, na’am lil-aslah yaquduha al-ra’is Bashar al-Asad)”, al cittadino siriano veniva imposta una scelta obbligata tra conflitto confessionale e stabilità, nella consapevolezza che le minoranze avrebbero necessariamente optato per la seconda. Per quanto riguarda inoltre la mia esperienza personale, già a fine Aprile ho raccolto testimonianze di omicidi brutali perpetrati dal regime su base confessionale a Dara’a: “People VS the Regime” di Nates Recoias (pseudonimo), New Internationalist, 27 Maggio 2011, http://www.newint.org/features/web-exclusive/2011/05/27/syria-siege-daraa/ .

[4]  Situazione molto diversa rispetto all’esercito di mercenari di cui disponeva Qaddhafi in Libia e allo sfaldamento dei legami tra Hosni Mubarak e l’apparato militare egiziano. Alla guida dell’ Esercito Siriano Libero (ESL- al-Jaysh al-Suriyy al-Hurr) dell’opposizione troviamo infatti un colonnello, Ri’ad al-As’ad, poichè i vertici dell’esercito rimangono tuttora fedeli al regime, rendendo improbabile uno scenario libico, in cui le truppe dell’opposizione presero il controllo di una porzione significativa del Paese, tanto quanto una transizione guidata dall’esercito, sulle tracce di quella egiziana. C’è chi sostiene che sia la cerchia fidata di militari intorno a Bashar ad impedirgli di dimettersi, sfruttando i rapporti di forza in loro favore: “The Cult: The Twisted, Terrifying Last Days of Asad’s Syria” di Theo Padnos, The New Republic, 4 ottobre 2011, http://goo.gl/GTaIk 

[5]  Popolarità originariamente dovuta all’età relativamente giovane, al periodo trascorso al potere di “solo” 11 anni, alle promesse di riforme (pressochè irrealizzate) e alla fama di oftalmico laureato in Inghilterra prestato alla politica, dopo la morte del fratello Basil destinato alla successione.

[6] 6427 vittime secondo il Centro di Documentazione degli Abusi in Siria (Markaz Tawthiq al-Intihakati Fi Suriyya), uno dei siti più accurati, (documentato con foto, video e generalità dei deceduti) gestito dagli attivisti dei Comitati Locali di Coordinamento (Lajan al-Tansiq al-Mahalliyah): http://www.vdc-sy.org/ (visitato il 19 gennaio 2012), un altro sito utile da consultare è il seguente: http://www.syrianshuhada.com/

[7] La Siria confina a nord con la Turchia, a est con l’Iraq, a sud con la Giordania, a sud-ovest con le alture occupate del Golan e Israele e a ovest con il Libano. Nell’eventualità di un intervento NATO, sarebbe in grado di destabilizzare l’intera regione, in virtù dell’alleanza costruita con l’Iran e il partito-milizia libanese di Hizbullah sin dagli anni ’80 e dei suoi legami con diversi gruppi paramilitari iracheni (tra i quali l’Esercito del Mahdi (Jaysh al-Mahdi) sciita di Moqtada al-Sadr, già accusato dall’ESL di partecipare attivamente alla repressione siriana (“Siria: Moqtada Sadr a Lezione da Veltroni” di Diego Caserio (pseudonimo), SiriaLibano, 22 novembre 2011, http://www.sirialibano.com/siria-2/siria-moqtada-sadr-a-lezione-da-veltroni.html ). Il confine con Israele è inoltre motivo di preoccupazione per i vertici militari di Tel Aviv, i quali preferirebbero la calma piatta garantita dagli Asad  sul fronte del Golan dalla guerra del ’73, nonostante l’assenza di un accordo di pace tra i due Paesi. A questo proposito, si vedano le dichiarazioni di Amos Gilad, Capo del Dipartimento della Sicurezza Diplomatica del Ministero della Difesa Israeliano, che ha affermato di temere l’ascesa di un “impero islamico” in caso crolli il regime siriano. (“Syria risks full scale civil war”, Daily Star, 18 novembre 2011, http://goo.gl/SbXO6 ). Gli unici giacimenti petroliferi di rilievo si concentrano nella provincia orientale di Deir az-Zor.

[8] Burhan Ghaliun, Presidente del Consiglio Nazionale Siriano (Al-Majlis al-Watani as-Suri) basato a Istanbul, ha lanciato un appello all’imposizione di una no-fly zone parziale giovedì 5 gennaio, : (http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-16431199). La Turchia non esclude la creazione di una zona cuscinetto che includerebbe un’area compresa tra le province siriane di Aleppo, Idlib, Hama e Latakia, lungo il confine con la provincia turca di Hatay (“Ankara Weighs Options in Syria Stalemate” di Noah Blaser, Today’s Zaman, 6 novembre 2011,  http://www.todayszaman.com/news-262013-ankara-weighs-options-in-syria-stalemate.html ). L’idea di Ghaliun e della Turchia è di fornire riparo ai disertori dell’ESL e alle famiglie siriane in fuga. Venerdì 13 gennaio, l’emiro del Qatar ha invece proposto di inviare direttamente delle truppe a difendere i manifestanti, suscitando la reazione di una parte dell’opinione pubblica araba, che lo accusa di deviare il corso della “primavera araba” e foraggiare il fondamentalismo islamico nella regione. (” ‘ataaduha al-‘askariyy ‘ila Suriyya wa maqarr al-jami’ah ‘ila doha? Tanaami nufudh qatar yuz’iju al-‘aalam al-‘arabyyi wa yukhaddimu al-Islam al-radikaliyy [le sue armi (del Qatar) verso la Siria e la sede della Lega Araba trasferita a Doha? L’espansione dell’influenza del Qatar preoccupano il mondo arabo e servono gli interessi dell’Islam radicale]” di Luana Khury, Elaph, 13 gennaio 2012,  http://www.elaph.com/Web/news/2012/1/708974.html?entry=newsmostvisitedtoday) .

[9] Il 95% delle esportazioni del greggio siriano erano dirette in Europa. Il vecchio continente, prima della sommossa popolare, rappresentava il primo partner commerciale della Siria, assorbendo circa il 22% delle sue esportazioni, con l’Italia e la Francia ai primi posti. Di fatti l’Italia è riuscita a posticipare fino al 15 novembre l’applicazione delle sanzioni decise dall’UE a settembre, allo scopo di tutelare le proprie aziende. (http://ec.europa.eu/trade/creating-opportunities/bilateral-relations/countries/syria/ ). Si prevede una contrazione del 2% dell’economia siriana nel 2012. (“Inside Syria: The Cost of Syrian Crackdown “, trasmesso su Al-Jazeera English il 15 gennaio 2012, http://www.aljazeera.com/programmes/insidesyria/2012/01/2012115721352136.html. D’altra parte Uno dei massimi esperti di Siria, il prof. Joshua Landis, aveva messo in guardia dall’inasprimento delle sanzioni, tracciando un parallelo con le conseguenze umanitarie e la futilità politica delle sanzioni imposte contro l’Iraq e Gaza (“Will Sanctions Bring Down the Syrian Regime?”, Syria Comment, 15 novembre 2011, http://www.joshualandis.com/blog/?p=12677&cp=4. A metà dicembre sono stato informato da diversi attivisti dell’emergenza alimentare che sta già colpendo alcuni dei quartieri più poveri di Damasco, come al-Hajar al-Aswad. D’altra parte, il Governo siriano è riuscito finora a tenere bassi i prezzi dei beni di prima necessità, cosìcchè la crisi si è fatta sentire maggiormente sui commercianti (“Analysis: Signs of a Faltering Economy in Syria”, IRIN News, 7 ottobre 2011, http://www.irinnews.org/report.aspx?reportid=94077) e meno sui ceti rurali (testimonianze provenienti da diversi villaggi alawiti nei pressi di Hama e Latakia).

[10] Nel 1979 32 cadetti alawiti della Scuola di Artiglieria di Aleppo vengono uccisi da un commando di fondamentalisti sunniti:in un contesto di crescente divario economico tra la cerchia di Asad e il resto della popolazione, scoppia un’insurrezione armata guidata dai Fratelli Musulmani. Il regime reagisce con il pugno di ferro e la repressione culmina nel massacro di Hama del 1982. All’indomani della strage, Hafez al-Asad accusa fondatamente l’Iraq, la Giordania e i falangisti libanesi di aver supportato i fondamentalisti siriani. Per un resoconto degli eventi, seppur edulcorato dalla stima che nutriva per il ra’is siriano, si veda Seale, Patrick, “Asad: The Struggle for the Middle East”, Londra, The University of California Press, 1995 (edited version),  pp. 317-38.

[11] Insignificanti come l’abolizione dello Stato d’Emergenza (Haalah al-Tawari’), in vigore dal primo colpo di stato Ba’thista del 1963, sostituito il  7 aprile 2011 con una legge anti-terrorismo, che ha continuato ad impedire l’organizzazione di manifestazioni pacifiche. Tardive come la concessione della nazionalità siriana a quei curdi che ne erano stati privati da un censo condotto 49 anni prima (1962). O come l’annuncio dell’undicesimo congresso del Partito Ba’th, in programma la prima settimana di febbraio, nel quale si dovrebbe annunciare la fine del sistema a partito unico (“Siria: Baath preannuncia fine del suo monopolio” di Lorenzo Trombetta, SiriaLibano, 3 gennaio 2012, http://www.sirialibano.com/short-news/siria-baath-preannuncia-fine-del-suo-monopolio.html ). Alla Conferenza di Salvezza Nazionale (al-mu’tamar al-inqadh al-.watani) indetta dal Governo il 10 luglio 2011 non aveva infatti partecipato nessuno degli esponenti dell’opposizione, adducendo come motivazione principale il continuo ricorso alla violenza nei confronti dei manifestanti. Il Presidente Asad, nei pochi discorsi tenuti dal 15 marzo a oggi, non ha mai ammesso le violenze perpetrate da forze armate e servizi segreti.

[12] I dati provengono dal Centro di Documentazione degli Abusi in Siria menzionato sopra e sono i seguenti, aggiornati al 21 gennaio 2012 e comprendenti sia civili che militari: Homs (2214 caduti) Hama (933) Idlib (814) Dara’a (788)  Rif Dimashq (524) Latakia (293) Deir az-Zor (243) Tartous (150)  Damasco (140) Aleppo (125) Hasake (60) Sweida’ (36) Raqqa (28) e Quneitra (8).

[13] Il 16 novembre scorso l’ESL ha attaccato una base dell’intelligence dell’aeronautica ad Harasta (Rif Dimashq). Per quanto riguarda le tensioni confessionali, esistono già resoconti provenienti da alcuni villaggi alawiti vicino a Hama riguardo a come i più lealisti spingano i propri figli ad arruolarsi per combattere contro “i fondamentalisti sunniti” dell’ESL.

[14] Milizie private di lealisti pagate meglio degli ufficiali delle forze di sicurezza.

[15]  Il seguente articolo del quotidiano della sinistra libanese As-Safir cita un articolo scritto da Georges Malbrunot su Le Figaro riguardo al supporto logistico fornito dalla Francia all’ESL attraverso il Libano: “Hal tad’am faransa munshaqqin suriyyin… ‘abr Lubnan? [La Francia supporta i disertori siriani attraverso il Libano?]”, As-Safir, 29 novembre 2011, http://assafir.com/Article.aspx?EditionID=2014&ChannelID=47735&ArticleID=2863. Qui invece si parla delle relazioni tra ESL e Turchia:”Qa’id al-jaysh al-suriyy al-hurr yad’u ‘ila taslih al-mu’aradah [Il comandante dell’ESL lancia appello per armare l’opposizione]” di Lamis Farhat, Elaph, 2 novembre 2011,  http://www.elaph.com/Web/news/2011/11/693331.html. Quest’ultimo, pubblicato invece sul quotidiano panarabo di proprietà saudita As-Sharq al-Awsat, riporta le affermazioni dei disertori, che sostengono di disporre solamente delle armi vendute loro “dalla shabiha del regime” e menzionano drusi e alawiti desiderosi di unirsi alle file dell’ESL: “Qiyadi fi jaysh al-hurr li Sharq al-Awsat: Shabiha al-nizam yabi’unana aslihatahum bi-‘as’ar murtafa’a [Leader dell’Esercito Libero intervistato da Sharq al-Awsat: La shabiha del regime ci vende le armi a prezzi rialzati]” di Karoline ‘Akkum, As-Sharq al-Awsat, 10 gennaio 2012,  http://aawsat.com/details.asp?section=4&issueno=12096&article=658254&feature. Il sospetto che invece l’ESL funga da copertura a beneficio di altri gruppi islamisti radicali è un’idea diffusa nei villaggi alawiti nelle vicinanze di Latakia.

[16] Come è emerso dalle recenti dichiarazioni di Anwar Malek, osservatore algerino facente parte della delegazione della Lega Araba inviata in Siria il 22 dicembre 2011.

[17] Il primo attentato è avvenuto il 24 dicembre 2011, due giorni dopo l’arrivo della Lega Araba, quasi a coronamento della tesi sostenuta dal regime fino a quel momento di fronteggiare dei gruppi terroristici. Il luogo colpito è stata una sede dei servizi segreti collocata a Kafr Souseh (Damasco), uno dei luoghi più sicuri della capitale, difficilmente oggetto di un attacco da parte di un opposizione ancora debole militarmente o di una poco credibile cellula di Al-Qa’ida senza alcun precedente di rilevo in Siria. La responsabilità è stata attribuita ad Al-Qa’ida molto frettolosamente, a solo un’ora dall’esplosione. Nessuna componente dell’opposizione ha rivendicato l’attentato nè tantomeno uno dei tanti gruppi al-qa’idisti esistenti. Il secondo attentato è avvenuto nel quartiere damasceno di Midan il 6 gennaio 2012. Anche in questa circostanza vi sono diversi elementi quantomeno sospetti, oltre alla persistente contemporaneità con la missione della Lega Araba, che ha dimostrato di essere facilmente influenzabile da Damasco. Per maggiori dettagli rimando al seguente articolo e ad alcuni interessanti commenti lasciati dai lettori: “Damasco: Nemici della Siria Colpiscono Ancora ” di Lorenzo Trombetta, SiriaLibano, 7 gennaio 2011, http://www.sirialibano.com/siria-2/damasco-nemici-della-siria-colpiscono-ancora.html.

[18]Un quadro esauriente delle personalità e degli schieramenti dell’opposizione viene fornito dal mensile siriano in lingua inglese Siria Today, anche se, trattandosi di una pubblicazione siriana, vi vengono inclusi personaggi filo-governativi come Mohammad Habash, che solo di recente si sono “riciclati” come fautori del dialogo: “Anatomy of an opposition” di Mohammad ‘Atef Fares, Syria Today, dicembre 2011,  http://syria-today.com/index.php/politics/17464-anatomy-of-an-opposition .

[19] Le due formazioni avevano raggiunto un accordo a fine dicembre 2011, escludendo ogni forma di intervento militare occidentale e puntualizzando come l’intervento di forze armate arabe non costituirebbe un “interferenza straniera” (tadakhkhul ajnabi). Uno dei principali esponenti del CCN, Haitham al-Mana’a, ha spiegato in un intervista al quotidiano libanese filo-siriano Al-Akhbar che per “intervento arabo” (tadakhkhul ‘arabi) si intende l’invio di un contingente della Lega Araba (“Muqabalah: Haitham Mana’a [intervista a Haitham Manaa]” di Sirin Asir, Al-Akhbar, 6 gennaio 2012, http://www.al-akhbar.com/node/29042,).  Al di là della proposta, senza alcun precedente storico a supportarne la validità, l’accordo è saltato già il 3 gennaio, a causa della riluttanza del CNS a escludere un intervento occidentale (“Syria opposition group fails to reach accord” di Borzou Daragahi, Financial Times, 4 gennaio 2012,  http://www.ft.com/intl/cms/s/0/f0d2797e-36ee-11e1-96bf-00144feabdc0.html#axzz1j5QkttK)

[20] Si veda una delle domande rivolte a Ghaliun in questa intervista di Jay Solomon e Nour Malas per il Wall Street Journal del 2 dicembre 2011: “Stop the killing machine”, http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203833104577071960384240668.html.

[21] Questa una delle risposte datemi da Kilo quando lo intervistai a fine agosto a Damasco (“La rivolta pacifica in Siria non durerà ancora a lungo” di Sean T. Serioca (pseudonimo), Il Riformista, Roma, 30 settembre 2011)

[22] Seale, p. 443.

[23]  I cosiddetti “Minhibbak (Ci piaci)”, in riferimento alle magliette raffiguranti il volto di Bashar al-Asad e la suddetta scritta, che indossano durante i cortei filo-governativi.

[24] Il seguente articolo riportato su un sito dedicato alla città di Jaramana è utile a comprenderne l’orientamento politico: “Jaramana tushayyi’u shahidha al-thani…Basel Samer Fahd [Jaramana celebra il funerale del suo secondo martire…Basel Samer Fahd]”,  http://www.jaramana.com/archive/jaramana-news/550-jaramananews.html, Vi è compreso un elogio dei caduti dell’esercito e delle forze di sicurezza.

[25]Intifada al-manshurat al-dimashqiyya [“The rise of the Damascene stickers” nella versione tradotta in inglese]” di Nadia Hanna, Ar-Ra’i (sito gestito dal Partito Democratico del Popolo Siriano, fino al 2005 noto come il Partito Comunista di Riyad al-Turk), 23 Luglio 2011, http://www.arraee.com/portal/jornalartical/31922.html .

[26] “Syria: Violence, sectarianism stalk Homs”, IRIN News, 22 Dicembre 2011, http://www.irinnews.org/report.aspx?reportid=94529. Conosco personalmente il giornalista, rimasto anonimo, che ha raccolto la testimonianza di Homs menzionata nell’articolo, relativa ai rapimenti di civili cristiani. D’altra parte, nel testo integrale dell’intervista in mio possesso, il testimone sostiene di aver appreso solo dai media dei sequestri di persona compiuti dalle forze governative (“pour dire la vérité, et être objectif ces deux derniers mois, je n’ai pas entendu des proches disparus par les forces du régime, je suis comme vous, j’entends cela par les médias“), il che alimenta qualche dubbio sulla sua obiettività. Simili resoconti circolano all’interno della comunità cristiana damascena, fomentandone le paure, tuttavia, non sono riuscito a recarmi a Homs per verificarne la veridicità.

[27] Del resto, l’assenza di garanzie (damanat) nei confronti delle minoranze è stata una delle ragioni che ha imposto un certo distacco dei partiti curdi dal CNS (si veda l’articolo di Kamal Sheikho, pubblicato in questo stesso capitolo), così come rimane uno dei motivi della scarsa partecipazione dei palestinesi all’insurrezione (argomento trattato qui di seguito, in relazione al campo profughi di Yarmuk).

[28] Le considerazioni espresse sui cristiani lealisti e sulla componente silenziosa della comunità sono basate su testimonianze dirette provenienti dalla comunità damascena.

[29] Cugino di Bashar al-Asad, proprietario di una delle due compagnie telefoniche del Paese (Syriatel), nonchè probabilmente l’uomo d’affari più potente in Siria.

[30] Ismail, Salwa, “Changing Social Structures, Shifting Alliances and Authoritarianism in Syria” in Demystifying Syria, ed. by Fred H. Lawson, Saqi-London Middle East Institute, Londra, 2009, pp.17-8.

[31] Benchè molti cittadini vi si rechino di propria spontanea volontà, l’opposizione sostiene che i siriani rischino di perdere il lavoro, qualora non partecipino ai cortei filo-governativi (masirat). Di sicuro, in occasione delle masirat, le scuole e gli uffici pubblici vengono chiusi per facilitare la mobilitazione.

[32] Seale, p. 176.

[33]  Testimonianza raccolta da un attivista di Homs.

[34] Conosco personalmente manifestanti del sobborgo nord-occidentale di Dummar, del quartiere di Mezzeh e del campo profughi palestinese meridionale di Yarmuk, che si recavano regolarmente a Midan per i venerdì di protesta.

[35]“Midan Damascus Rally for Democracy in Syria – July 13 -Writers challenge Assad Tyranny”, http://www.youtube.com/watch?v=AyeLOgR-jiw .

[36] Su Habannaka si veda Pierret, Thomas,” Sunni Clergy Politics in the Cities of Ba’thi Syria” in Demystifying Syria, p. 73. Secondo Patrick Seale, l’insurrezione era però espressione delle componenti più reazionarie della società siriana, cioè i proprietari terrieri di Hama danneggiati dall’ascesa del Ba’th (Seale, pp. 93-4). Maggiori informazioni sulla storia di Midan sono disponibili in arabo su Marefa, enciclopedia online regolata da attenti criteri di accuratezza: http://goo.gl/WfVoa

[37] “Iniziato” e forse mai concluso: ancora ad agosto Mohammad ‘Ammar, residente di Dara’a e autore di uno degli articoli presenti, sosteneva che la città rimanesse sotto assedio militare, mentre secondo i media siriani le operazioni militari si sarebbero concluse a inizio maggio.

[38] È vero che in alcuni contesti più popolari sussiste una certa influenza dei canali televisivi saudite e una conseguente associazione del regime al mondo sciita, tuttavia, gli slogan delle manifestazioni e la natura dei comitati di coordinamento delle proteste non hanno nulla a che vedere con l’Islam politico. Sulla base della mia esperienza, condivido pertanto le osservazioni dell’articolo di Mohammad ‘Ammar: l’Islam più diffuso tra i manifestanti è quello intrinseco ai ceti popolari, senza alcuna connotazione politica. La possibilità che dei partiti islamisti vincano le elezioni in una Siria post-rivoluzionaria è legata al carattere conservatore delle classi più povere e non al prevalere di un’identità islamista nell’opposizione.

[39] Seale, Patrick, “Asad: The struggle for the Middle East”, p. 443.

[40] È il caso di Muhajirin e del quartiere adiacente Rukneddin, entrambi sovrastati da aree più popolari che si inerpicano sulla montagna.

[41] Una testimonianza che ho raccolto in un villaggio alawita nei dintorni di Latakia mi ha confermato il retaggio delle persecuzioni , al punto da spingere a procurarsi delle armi, prevedendo di essere nuovamente costretti a difendere i villaggi montani. Il think tank International Crisis Group (ICGroup) mette in guardia dalle possibili rappresaglie di cui potrebbero essere oggetto I villaggi alawiti circostanti Hama, che hanno avuto un ruolo attivo nella repressione. (“Uncharted Waters: Thinking through Syrian dynamics”, Policy Briefing ICG, 24 Novembre 2011, p.3).

[42]  Una delle sezioni meno prestigiose dei servizi di sicurezza, dipendente dal Ministero dell’Interno, alla quale hanno facile accesso gli alawiti più poveri. Le élites cercano invece di entrare nelle due sezioni alle dipendenze del Ministero della Difesa, l’intelligence militare (shu’bat al-mukhabarat al-‘askariyyah) e quella aeronautica (idarat al-mukhabarat al-jawiyyah). (Testimonianza di un abitante di Damasco, originario di Salhab, villaggio alawita nei dintorni di Hama). Per una distinzione particolareggiata delle varie sezioni e di chi le presiede attualmente si consulti l’appendice del seguente rapporto di Human Rights Watch, datato 15 dicembre 2011: http://www.hrw.org/embargo/node/103558?signature=217849dca11bf3432ca815722ea29839&suid=6

[43]  Seale, p. 39

[44] Tra questi il primo indiziato è senz’altro Rami Makhluf, il quale, Il 16 Giugno ha affermato di abbandonare gli affari per darsi alla beneficienza (“Reviled tycoon, Asad’s cousin resigns in Syria” di Anthony Shadid, New York Times, 16 Giugno 2011, http://www.nytimes.com/2011/06/17/world/middleeast/17syria.html). Per comprendere a quale genere di “beneficienza” faccia riferimento, basti ricordare che a mezze jabal 86 esiste una sede di una onlus di Latakia (jam’iyya al-bustan al-khayriyya: http://al-bostan.net/), accusata da alcuni attivisti residenti nello stesso quartiere di essere un centro di reclutamento della shabiha. A sostegno delle accuse, alcuni lealisti sono stati ripresi in un corteo filo-governativo a Latakia, mentre indossano delle magliette con il logo dell’associazione no-profit ( “Shabiha al-Ladhaqia yartaduna ziyy jam’iyya al-bustan al-khairiyya [La shabiha di Latakia indossa la maglietta della onlus Al-Bustan]”, 27 Ottobre 2011, http://www.youtube.com/watch?v=55PmpKm6fPc). L’associazione benefica è inoltre compresa tra le preferenze (“likes”) di un gruppo facebook creato da alcuni abitanti di Mezzeh Jabal 86 (“Mezze Jabal 86 News”: https://www.facebook.com/mazzi.jabal?sk=info ), decisamente esplicito circa il suo supporto per le shabiha.

[45] Testimonianza proveniente da un villaggio alawita nelle vicinanze di Latakia.

[46]  C’è chi ha attribuito il fallimento a una liberalizzazione economica mal riuscita, annunciata nel X Congresso del Partito Ba’th del 2005,  ma rimasta paralizzata dalle lobby collegate all’economia statalista: Haddad, Bassam, “Enduring Legacies: The Politics of Private Sector Development in Syria” in Demystifying Syria,  pp. 48-9.

[47] Testimonianze raccolte in una salderia di Qadam nel luglio del 2011.

[48] In merito alle dinamiche tribali interne ad Al-Hajar al-Aswad, si veda: “Inside the Syrian suburb of protest” di Philip Sand, The National, 29 Aprile 2011, http://www.thenational.ae/news/world/inside-the-syrian-suburb-of-protest.

[49] Ciononostante, i legami tribali conservano un peso notevole, se un esponente dell’opposizione di Deir az-Zor parla di presenza in strada diminuita da 20.000 a 5.000 persone a seguito dell’inversione di tendenza di Bashir. (“Oil, Food and Protests in Syria’s Restive East” di Phil Sands, The National, 17 gennaio 2012, http://goo.gl/Q4PBl )

[50] Normalmente, le forze armate e l’artiglieria pesante sono una prerogativa dei sobborghi, le città del Rif Dimashq (Duma, Harasta, Darayya, Mo’adamiyyeh, etc…). Per evitare di allarmare i lealisti dei quartieri centrali, si preferisce utilizzare agenti delle forze di sicurezza spesso in borghese. Nel caso di Qabun ha decisamente pesato il fatto che fosse una delle zone più attive vicino al centro della capitale, forte di un coordinamento limitato alla cerchia ristretta degli abitanti (con tanto di copricapi identificativi distribuiti tra la popolazione) e di un attento controllo delle vie d’accesso agli edifici e alle moschee.

[51]  Già a luglio, la repressione brutale di cui era stata oggetto Duma induceva alcuni manifestanti locali ad ammettere di essere preparati a un un periodo di guerra civile.

[52] Mi riferisco in particolare alla milizia Ba’th palestinese (As-Sa’iqa), agli scissionisti filo-siriani di Fatah (Fatah al-intifada) e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina- Commando Generale (al-Jabha al-Sha’biyya lil-Tahrir Filastin- al-Qiyadah al-‘Ammah) guidato da Ahmad Jibril.

[53] Questo e quanto segue sono il frutto di testimonianze provenienti dal Coordinamento del Campo Profughi di Yarmuk per la Rivoluzione Siriana (Tansiqiyya Mukhayyam al-Yarmuk lil-Thawra al-Suriyyah), un collettivo di giovani apartitico. Tuttavia. nei campi palestinesi è difficile mantenersi totalmente apartitici, chiunque è caratterizzato quantomeno da un orientamento (ittijah) politico, nel caso del Coordinamento quello di Fatah.

[54]  In pratica le uniche restrizioni in vigore riguardano la proprietà terriera, per il resto, i palestinesi hanno pieno accesso a impieghi al di fuori dei campi profughi e a tutti i servizi governativi. (“Palestinian refugees in Syria” di Sherifa Shafie, Palestinian Return Centre, 28 Settembre 2010, http://www.prc.org.uk/newsite/en/Camps-in-Syria/601-palestinian-refugees-in-syria.html).

[55] Nulla di paragonabile ai desolanti campi libanesi, assediati da posti di blocco militari

[56] Basti ricordare il massacro perpetrato nel campo profughi palestinese di Tal al-Za’tar nel 1976.

[57] Testimonianza membro del Coordinamento di Yarmuk.

[58] Di fatti all’indomani della strage del 5 giugno 2011, quando il regime siriano ha provocato l’uccisione di diversi abitanti di Yarmuk, “catapultandoli” al confine con Israele in occasione della commemorazione della Guerra dei Sei Giorni (Naksa), numerosi palestinesi hanno accompagnato il corteo funebre intonando il coro “as-sha’b yuridu isqat al-fasa’il [il popolo vuole la caduta delle fazioni]”

[59] Secondo i Comitati Locali di Coordinamento siriani (lajan al-tanisiq al-mahalliyyah, uno dei comitati più attivi e conosciuti a livello mediatico, che appoggia il CNS) le vittime palestinesi per la causa rivoluzionaria siriana sarebbero 40 a tutto il 16 gennaio 2012: “Palestinians in the Syrian Revolution: the Palestinians are not Ahmad Jibril!”, http://www.lccsyria.org/wp-content/uploads/2012/01/Palestinians_in_the_Syrian_Revolution_1.pdf

[60] La “catastrofe” dell’esodo forzato palestinese del 1948 in corrispondenza della nascita di Israele.

[61]  Il “ripiego”, ovvero la sconfitta araba contro Israele a seguito della guerra dei Sei Giorni del 1967.

[62] I resoconti narrano di come i partiti palestinesi lealisti non si siano adoperati per soccorrere i gli abitanti di Yarmuk caduti sotto il fuoco israeliano.

[63]  Un riassunto degli eventi connessi alla commemorazione della Naksa è riportato sul blog dove scrivevo, mentre mi trovavo in Siria: “5-6 June 2011, Golan to Yarmuk: Palestinians joining the Syrian uprising?”, 28 giugno 2011, http://www.syrianstruggle.blogspot.com/2011/06/5-6-june-2001-golan-to-yarmuk.html.

[64]  “Asad bombs Palestinian Camp Latakia- Al-Jazeera interviews UN agency”, Al-Jazeera English, 15 agosto 2011, http://www.youtube.com/watch?v=W3YqR1_5Doo

[65] Ci si riferisce ai contatti tra il coordinamento di Yarmuk e quello di Midan. Per quanto riguarda invece Ghaliun, ha suscitato l’irritazione dell’opinione pubblica filo-palestinese la suddetta intervista rilasciata al Wall Street Journal, in cui promette di fare affidamento sugli alleati occidentali, tagliare i legami della Siria con Iran, Hamas e Hizbullah e “auspicare un contesto politico più favorevole” ai negoziati per la restituzione del Golan (“Stop the Killing Machine” di Jay Solomon e Nour Malas, Wall Street Journal, 2 dicembre 2011, http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203833104577071960384240668.html ). Lo sdegno degli opinionisti, che non intendono prescindere dalla centralità della causa palestinese nelle “primavere arabe”, non si è fatto attendere: “Fasl jadid min kitab al-thawra as-suriyyah bi-qalam: Burhan Henry Levy [Un nuovo capitolo del libro della rivoluzione siriana scritto da Burhan Henry Levy (in riferimento al filosofo francese filo-israeliano Bernard Henry Levy)]” di Nasri al-Sayyigh, As-Safir, 5 dicembre 2011, http://goo.gl/DjVdh.

 

Categories: Palestine, Syria | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Post navigation

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Blog at WordPress.com.

Exiled Razaniyyat

Personal observations of myself, others, states and exile.

Diario di Siria

Blog di Asmae Dachan "Scrivere per riscoprire il valore della vita umana"

YALLA SOURIYA

Update on Syria revolution -The other side of the coin ignored by the main stream news

ZANZANAGLOB

Sguardi Globali da una Finestra di Cucina al Ticinese

Salim Salamah's Blog

Stories & Tales about Syria and Tomorrow

invisiblearabs

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

tabsir.net

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

SiriaLibano

"... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..."

Tutto in 30 secondi

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

Anna Vanzan

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

%d bloggers like this: