Le fonti di Gianni Perelli (Il Venerdì, Repubblica). Esempi di disinformazione sulla Siria

Critica a quanto scritto da Gianni Perelli da Damasco per Il Venerdì di Repubblica in data 11 novembre 2011. Una dimostrazione di come ci si possa illudere di fare il corrispondete in Siria standosene rintanati nella città vecchia, dove regna la ‘calma piatta’…Un bell’esempio di disinformazione. 

Nelle foto un’immagine d’epoca di Midan, quartiere centrale, fulcro delle proteste damascene,  descritto come una periferia in mano agli islamici da Perelli.

Avevo originariamente pubblicato l’articolo su SiriaLibano.

Siria, le fonti di Perelli

– 22 NOVEMBRE 2011

Midan,_Damascus,_1929 (di Diego Caserio) L’11 novembre scorso “Il Venerdì di Repubblica” (pp. 63-4) ha pubblicato un articolo dell’inviato Gianni Perelli da Damasco. Ecco alcuni dei passaggi che, sulla base della mia conoscenza della situazione e dei diversi mesi trascorsi in Siria da giornalista “clandestino” durante la rivolta, ritengo forniscano un’immagine distorta della realtà siriana.

[…] La sfida al regime di Bashar al-Assad tocca l’apice al termine dei riti religiosi, quando i gruppi di contestatori alimentano la protesta con raid improvvisi e rabbiosi. Una delle prime scintille è scattata proprio intorno a questo simbolo dell’Islam. Ma i diciassette servizi segreti che asfissiano il Paese, con una morsa da Grande Fratello, hanno rapidamente bloccato il dissenso nel cuore della capitale, allontanandolo verso le periferie dove l’integralismo ha terreno più fertile.”

Ho assistito a diverse manifestazioni in svariati quartieri di Damasco, ma non mi sembra appropriato parlare di “raid improvvisi e rabbiosi” per descrivere le proteste, alle quali spesso prendono parte donne e bambini, armati semplicemente di slogan e cartelloni. Ho avuto modo di osservare delle vere e proprie processioni, e non dei “raid”, aggredite brutalmente dalle forze di sicurezza.

Naturalmente, in alcuni casi, i manifestanti utilizzavano fionde e pietre, ma la considero una forma di resistenza più che legittima di fronte all’artiglieria dei lealisti. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito all’escalation delle operazioni del gruppo di disertori dell’Esercito libero siriano (Esl), ma Perelli non fa certo riferimento riferimento ai militari, quando parla di “contestatori”, pertanto la sua descrizione finisce per proiettare un’ombra violenta, del tutto immotivata e generalista, sulle masse di dimostranti pacifici.

In secondo luogo, al riferimento alla moschea “simbolo dell’Islam”, quale epicentro delle proteste, non fa seguito una precisazione sul ruolo della moschea nella rivolta siriana, che prima ancora di essere simbolo religioso, é uno dei pochi luoghi di aggregazione in cui si riescono a organizzare le proteste. In un’università, infatti, risulterebbe molto più difficile sfuggire al controllo delle autorità, essendo tutti gli studenti iscritti facilmente identificabili, senza menzionare le restrizioni imposte alla libertà di assembramento dallo stato di emergenza (abolito soltanto lo scorso aprile dopo circa 50 anni, senza che nulla sia cambiato all’atto pratico).

Tuttavia, Perelli sembra molto più interessato al sensazionalismo delle “periferie dove l’integralismo ha terreno più fertile,” senza fornire indicazioni più precise su quali periferie abbia visitato e quali leader islamisti abbia incontrato. “Integralismo” é un termine estremamente vago: per i media italiani, generalmente, anche i Fratelli Musulmani e il Nahda tunisino sono integralisti, ma a chi si sta riferendo Perelli? Se è vero che le periferie di Damasco sono più povere e conservatrici, nessuno degli slogan e delle rivendicazioni delle manifestazioni ha nulla a che fare con l’Islam politico.

Leggiamo ancora Perelli: […] I quartieri irriducibili sono quelli di Barzeh, Rikn Al-Din e Medan, le periferie orientali dove é più forte il messaggio fondamentalista degli imam e più agguerriti sono i gruppi autogestiti della ribellione. Prima della preghiera del tardo pomeriggio tutta l’area viene isolata dai blindati che bloccano le vie d’accesso. Il transito é consentito solo ai residenti.

Il fatto che i servizi segreti abbiano “rapidamente bloccato il dissenso nel cuore della capitale” è ampiamente discutibile: quartieri damasceni come Qabun, Masakin Barzeh, Rukneddin e Midan non fanno parte dei sobborghi (Rif Dimashq) e sono stati teatro costante di manifestazioni sin dall’inizio del movimento. Midan non è una periferia orientale, è un quartiere centrale rinomato turisticamente per i suoi negozi di dolci e con una forte presenza della borghesia di commercianti damasceni.

Ho conosciuto diversi manifestanti di Midan, nessuno di orientamento islamista, sarebbe interessante conoscere le fonti di Perelli, visto che, tra l’altro, sembra non sia mai riuscito ad accedere a Midan durante un venerdì di protesta. Né Rukneddin né Barzeh possono considerarsi periferie, oltre al fatto che il primo quartiere ospita la maggioranza dei curdi di Damasco, i quali, storicamente, non sono inclini all’islamismo.

Mi sono recato diverse volte ad assistere alle proteste di Qabun (di fianco a Barzeh), Midan e Naher Aisha, ho visto armi solo da una parte, quella del regime, e suppongo che, se il “messaggio fondamentalista” attecchisse realmente in questi quartieri, l’opposizione sarebbe passata direttamente all’offensiva armata. Perelli racconta esclusivamente un venerdì trascorso davanti alla Moschea degli Omayyadi, nella città vecchia, che non é decisamente il fulcro delle proteste. Ciononostante, dal suo articolo emerge una presunta conoscenza di quanto avviene negli altri quartieri, senza riportare fonti e, apparentemente, senza esservisi mai recato.

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