Ma in Iraq è ancora tempo di epurazioni arbitrarie. L’esempio da non seguire

Articolo originariamente pubblicato su Europa

Ma in Iraq è ancora tempo di epurazioni arbitrarie. L’esempio da non seguire

Di Andrea Glioti

ICTJ-Feature-Iraq-DeBaathification-Report-2013Ieri, in Marocco, il governo iracheno ha rifiutato ancora di votare per la sospensione dal consiglio della Lega araba della Siria guidata dal partito Baath di Bashar Assad. Baath come il partito che fu di Saddam Hussein.
Ma in questi stessi giorni a Bagdad si fanno i conti con la difficile questione dell’epurazione della vecchia leadership baathista. Che ancora oggi viene usata come arma politica da parte del governo a guida sciita.
Dopo la caduta di Saddam, i partiti al governo hanno proceduto alla persecuzione sistematica degli alti funzionari baathisti e, come spesso succede in simili circostanze, non hanno risparmiato neppure coloro che si erano iscritti al partito solo per necessità di lavoro.
La commissione di de-baathificazione è stata presieduta da personaggi del calibro di Ahmad Chalabi, uno con più di un conto in sospeso in Iraq, visto che nel 2003 aveva persuaso il Pentagono che Saddam possedesse armi di distruzioni di massa. Nel 2008 la legge sulle epurazioni è stata modificata con l’intento di tutelare gli impieghi statali di quei cittadini che non potevano aver avuto un ruolo attivo nella repressione, occupando posizioni minori all’interno del Baath.
Ciò nonostante, nel 2011 la situazione non sembra migliorata e le epurazioni continuano a essere percepite dalla minoranza sunnita, privilegiata dall’ex dittatore, come uno strumento politico nelle mani della maggioranza sciita alla guida del paese.
Nel mese scorso il ministro dell’istruzione al Adib, membro della Coalizione dello stato di diritto del premier sciita Maliki, ha decretato la destituzione di oltre 140 professori e addetti delle università di Tikrit e Mosul, sulla base della loro appartenenza ai vertici del Baath. Pochi giorni dopo, strana coincidenza, il governo ha lanciato una campagna di arresti su scala nazionale contro delle cellule baathiste, accusate di essere coinvolte nell’organizzazione di un colpo di stato.
L’intenzione di favorire l’associazione baathisti-terroristi appare fin troppo evidente: l’analista di politica irachena Reidar Visser fa notare come i comunicati ufficiali degli arresti abbiano sottolineato i ranghi dei presunti golpisti all’interno del partito, un criterio seguito nelle epurazioni, ma assolutamente irrilevante per quanto riguarda un’operazione anti-terrorismo.
L’articolo 7 della Costituzione irachena afferma infatti che «la semplice appartenenza al partito Baath non è un motivo sufficiente a essere chiamati a comparire davanti alle autorità giudiziarie». Quanto poi le accuse rivolte ai professori baathisti fossero fondate è stato dimostrato dallo stesso Maliki, che ha immediatamente promesso alla provincia di Salahuddin (dove si trova Tikrit) di rinunciare alle epurazioni, quando quest’ultima ha avanzato la richiesta di diventare una regione autonoma alla fine di ottobre. La de-baathificazione diventa così una carta sul tavolo dei negoziati politici, alla stregua del federalismo, lontana anni luce dagli originali principi di giustizia che dovrebbero ispirarne l’attuazione.
Proprio come le tendenze regionaliste, le epurazioni rischiano di acuire ulteriormente le tensioni esistenti tra schieramenti politici sciiti e sunniti. La campagna di arresti e quella contro i professori di Mosul e Tikrit hanno suscitato l’indignazione di alcuni dei principali leader sunniti: l’ex baathista Saleh al Mutlak, già interdetto dalle elezioni del 2010 a causa del suo legame con il partito, e il vice presidente iracheno Tariq al Hashimi.
Altre personalità sunnite influenti a livello locale, come il principe tribale al Dulaimi di Anbar, hanno avvertito che gli arresti potrebbero innescare una spirale caotica.
Il clima è già sufficientemente teso, se si pensa che lo scorso 25 ottobre Ali al Lami, il presidente della Commissione di responsabilità e giustizia che si occupa delle epurazioni, è stato assassinato a Bagdad. Secondo il quotidiano panarabo As Sharq al Awsat, al Lami aveva voluto il licenziamento di oltre 800 persone nel solo 2010, sulla base della loro appartenenza al partito Baath.
Già da tempo il principale rivale di Maliki, la Lista al Iraqiya, chiedeva che una nuova commissione venisse guidata da un presidente eletto dal parlamento e non dal primo ministro.
Le epurazioni rimangono una questione estremamente delicata. I politici iracheni si riempiono spesso e volentieri la bocca di lodevoli condanne contro coloro che «si sono sporcati le mani di sangue iracheno».
Conosciamo i rischi di un’amnistia “togliattana” che, nell’intento di riappacificare un paese, assolva anche diversi carnefici; d’altra parte, ne conosciamo anche i meriti – l’aver evitato il protrarsi di una lunga guerra civile.
Le classi dirigenti irachene sono chiamate a trovare una soluzione migliore di “un colpo di spugna”, evitando comunque di sporcarsi le mani dello stesso sangue sparso dai loro predecessori. L’esempio iracheno è quantomai fondamentale alla luce degli sviluppi regionali: un Medio Oriente postrivoluzionario guarderà verso Bagdad, quando dovrà considerare la sorte delle sue folte schiere di veri o presunti lealisti. Un po’ come l’Europa guardò al terrore giacobino nelle sue successive esperienze rivoluzionarie.

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