Siria: Dall’inizio del terrore alla fine della paura

Un breve collage di testimonianze per cercare di fornire un quadro della rivoluzione siriana, sulla base della mia esperienza a Damasco. Come sempre, un articolo sporadico così breve, mantenuto su tematiche generali per scelta della redazione,  fatica comunque ad avvicinare un lettore originariamente privo d’interesse per la Siria. La versione di seguito è quella senza tagli e modifiche della redazione de il Fatto Quotidiano, dove l’articolo è stato pubblicato in data 1 novembre 2011. 

Cinque mesi di aspettative a Damasco…

1 novembre 2011

di Diego Caserio

revolution syria guevaraQualche settimana fa, cercavo di spiegare a un amico come I maggiori intellettuali dissidenti siriani abbiano poca voce in capitolo nelle strade in cui avvengono le proteste, e mi é stato risposto che, in fondo, non saranno i manifestanti ad avere “voce in capitolo” nella ricostruzione di una Siria post-rivoluzionaria. É difficile confutare l’evidenza storica di una simile affermazione. Basti pensare a Khomeini, Guida Suprema dell’Iran post-rivoluzionario, che guidò la resistenza allo Shah da Parigi. Detto ciò, i giovani manifestanti rimangono potenzialmente in grado di influenzare il corso del cambiamento, quanto meno nella fase iniziale: é il caso dell’Egitto, dove folle di dimostranti continuano a scendere in piazza, affinché la rivoluzione giunga a compimento, al di là della deposizione del satrapo. La differenza é che al Cairo il rovesciamento del regime é avvenuto in un mese circa, in Siria sono oltre sette mesi che i manifestanti pagano con il sangue la loro determinazione. Il rischio, sempre più concreto, é che i comitati organizzativi perdano il controllo del movimento pacifico, a favore di una lunga militarizzazione del confronto, al termine della quale, i ruoli decisionali verrebbero occupati dai leader delle milizie. “Noi un’idea di rappresentazione democratica ce l’abbiamo pure,” mi confida Hamza, uno dei ragazzi di Duma, il sobborgo di Damasco più devastato dalla repressione, “abbiamo scelto un paio di persone conosciute da tutti nel quartiere, preferisco che mi rappresenti un uomo di 50 anni che manifesta insieme a me ad uno che qui non si é mai visto.”

La rivolta siriana é stata innanzitutto sovvertimento delle certezze più radicate per i locali. Quando si é iniziato a comprendere che il tutto non si sarebbe risolto in un paio di settimane, amici e negozianti siriani hanno iniziato a chiedermi: “E tu come pensi che vada a finire? Il punto di vista di uno straniero é diverso , forse hai anche delle risposte differenti, no?” Un connubio di umiltà intellettuale e sincero spaesamento.

Ahmad era uno studente universitario di Damasco. Sull’onda dell’entusiasmo generato dalla rivoluzione tunisina e da quella egiziana, confidava in un rovesciamento del regime in qualche settimana. Con il passare delle settimane, affioravano le incertezze: “È probile sia necessario passare alla lotta armata…le armi ci sono.” Qundi I primi tentativi nel suo vicinato, Dummar, un gigantesco sobborgo dove si trovano i quartieri generali della Quarta Divisione dell’esercito, guidata dal fratello del Presidente, Maher al-Assad, e rinomata per la sua brutalità. A Dummar la gente aveva ancora paura a maggio, rimaneva inchiodata dal terrore davanti a Ahmad e i suoi amici, quando questi gridavano “hurria!” (libertà) uscendo dalla moschea, dopo la preghiera del venerdì. Di conseguenza, Ahmad preferiva partecipare alle proteste in programma in centro, nel quartiere di Midan, dove affluiva gente da ogni angolo di Damasco.

Spesso non esistevano vere e proprie strutture organizzative. “Se io ti incontro in una protesta, so di poter contare su di te e ci teniamo in contatto,” mi fa notare Tareq, un amico di Ahmad che abitava nel quartiere popolare di Rukneddin, ”é tutto molto spontaneo insomma.”

Nei mesi estivi, però, sono state tradite molte delle aspettative. Il mese sacro islamico di Ramadan (agosto 2011) era stato preannunciato come un passaggio decisivo: “Vedrai, ogni giorno sarà come un venerdì di protesta…la gente lavora meno, si creano più opportunità di assembramento nelle moschee…e quelli religiosi vorranno avere l’onore di morire da martiri in una manifestazione”. I martiri non erano mancati, come aveva previsto Hamza, ma nulla era mutato nell’equilibrio delle forze in campo, rimasto a favore del regime.

In parallelo all’evoluzione delle aspettative dei manifestanti, ho assistito alla reazione propagandistica del regime, disposto a tutto pur di recuperare il controllo dell’opinione pubblica. Così le compagnie telefoniche statali iniziavano a convocare in piazza via sms i cittadini siriani, perché dimostrassero il loro amore patrio (per il regime). I vari mezzi di trasporto trasmettevano a ripetizione canzoni nazionaliste, che si sentivano molto di rado all’inizio dell’insurrezione. Manifesti apocalittici facevano la loro comparsa sui lampioni, “no al conflitto confessionale, sì alle riforme”, e il logo di Al-Jazeera, responsabile di avere distorto gli eventi in corso in Siria, veniva raffigurato sui cestini della spazzatura.

A livello generale, il fenomeno più sorprendente era la scomparsa graduale della paura. Ancora mi ricordo un agente immobiliare, che a mala pena accennava alla sua rabbia nei confronti del regime, tenendo d’occhio che nessuno origliasse dalla porta del suo ufficio. Qualche mese dopo, mi é capitato di prendere un taxi e trovarmi di fianco ad un autista desideroso di sfogarsi, di raccontarmi tutto d’un fiato dei suoi amici arrestati. Questo forse, di tutti i cambiamenti, é quello più irreversibile e fondamentale, poiché la fine dell’era del terrore riguardava tutti, non solo i manifestanti.

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